G3
Live in Tokyo.
Sony Music
www.vai.com
www.satriani.com
www.johnpetrucci.com
E' difficile parlare di alcuni grandi senza lasciarsi condizionare
dall'affetto e dall'ammirazione provata per la maestria e lo stile
dimostrati lungo vent'anni di carriera dai tre performer protagonisti
dell'ultimo G3.
Devo ammettere che l'ultimo G3 rappresenta un prodotto davvero interessante
da un punto di vista critico e stilistico, perchè no anche
filosofico.
Si, perchè i tre rappresentano,diciamo pure, nello stesso
genere stili e mentalità molto diversi. Vai e Satriani hanno
sempre basato lo spettacolo del g3 sulla loro "complementarità":
più progressive l'uno, rock-blues melodico l'altro.
Entrambi hanno sempre riempito la scena consapevoli che il pubblico
non si diverte con la sola ammirazione ma deve di volta in volta
confermare l'opinione che ha dell'artista divertendosi e meravigliandosi
allo stesso tempo.
In questo il nuovo G3 non rappresenta un fallimento e nonostante
che in alcuni punti i due sembrino un pochino sotto tono, riescono
comunque a coinvolgere con una presenza e una disinvoltura tecnica
sempre notevole che trova massima espressione nella improvvisazioni
che chiudono tradizionalmente i concerti del G3.
Petrucci, a mio parere, come per la maggior parte dei partner che
accompagnano i due sopracitati, risente per certi versi da una parte
di alcune limitazioni artistiche che lo affliggono da anni e dall'altra
del feeling da "nozze d'oro" che cementa lo sposalizio
umano ed artistico di Satriani e Vai.
Il Petrucci solista che apre lo spettacolo è decisamente
fiacco, plastificato sulle sue sestine a 180 di metronomo e su brani
che, a mio modesto parere, scimmiottano ai limiti del plagio Steve
Morse.
Niente di spontaneo emerge dai Mesa di john, manca la verve spontanea
ad equilibrare gli ipertecnicismi, frasi melodiche piuttosto scontate
dal sapore eccessivamente "dreamtheateriano" si intervallano
alle tanto amate sgommate, ma senza alcun mordente.
La mancanza quasi totale di dinamica e personalità e la totale
avversione nel coinvolgere il pubblico, accanto all'esperienza degli
altri due axeman, producono quasi un sentimento di tenera simpatia
per il Petrucci che nonostante tutto rimane l'ottimo chitarrista
dei Dream Theater.
Se non altro c'è Portnoy alla batteria, lunico batterista
che riesce, suonando in modo incredibile, ad esprimere sempre una
certa ironia...Per certi versi mi ricorda il mastodontico Terry
Bozio.
Ragazzi: A certi livelli lo stile fa davvero la differenza; le dimensioni
no.
Questo, Petrucci sembra ancora non averlo capito e rimane da pensare
che ci sia una forma di autoconsapevolezza in questo. La consapevolezza
di essere un buon lavoratore e di dare alla gente ciò che
la gente si aspetta senza rischiare il posto.
Epocale rimane "smoke on the water" suonata dai tre. Un
momento che effettivamente trascina e non solo i giapponesi presenti
in sala.
De Domini
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