ADLER'S APPETITE + Guests (Pure, Muppet Suicide)
Roma, Alpheus, 26/01/2005
Meglio essere chiari fin da subito: checché se ne dica, il concerto di un musicista della fama di Steven Adler è un grande evento, che non può lasciare indifferenti né i fans più accaniti dei Guns 'N Roses né i più generici amanti dell'hard rock d'oltreoceano. Perché, a onor del vero, ce ne sarebbe da dire, eccome. Dubbi si affollano nella mia mente poco capiente, perplessità sulla scelta di un grande artista di restare ancorato ad un passato certo glorioso, ma pur sempre conclusosi da lungo tempo. Una decisione che fa pensare, nella migliore delle ipotesi, ad un'ostinata e rinunciataria chiusura ad ogni opportunità di evoluzione stilistica e di crescita professionale che pure l'attuale panorama metal, così vario e stimolante, sa offrire a chiunque sia in grado di porsi nella giusta disposizione d'animo; la peggiore delle ipotesi, invece, contemplerebbe un poco nobile calcolo che il nostro Steven si sarebbe fatto per sbarcare un lunario altrimenti funesto, sfruttando un breve, unico ed arcaico periodo di fama.

Ma a noi piace pensare che Adler non abbia voluto fare altro: l'abuso di droghe gli ha impedito di proseguire con i suoi antichi compagni quel "cammino degli Dei" che il Fato gli aveva riservato e lui da lì ha ricominciato, con testarda caparbietà, perché QUELLA musica, solo quella, gli è congeniale, perché sa riconoscere di essere in grado di interpretare con sempre rinnovata intensità e passione solo quello street/glam della Città degli Angeli che fa parte del suo DNA.
Ma veniamo al concerto, l'unica cosa che davvero conta: una gelida nottata di gennaio che non faceva presagire il calore da scissione nucleare che si sarebbe sprigionato da un locale qualunque della sonnolenta Roma papalina. Beh, non proprio un locale qualunque: l'Alpheus ha preso l'abitudine di offrire lauti pasti al nostro avido orecchio. Non possiamo che esserne entusiasti.
Un concerto, ci teniamo a precisarlo, non solo energetico e dall'atmosfera infiammata, ma anche qualitativamente notevole, con un sound curato, nitido.
I due gruppi che fanno da opener scaldano sapientemente l'atmosfera: i romani Pure, tribute band dei Cult, e i Muppet Suicide, da Bologna, considerati tra le migliori cover band dei Guns'N Roses, che ci regalano anche qualche loro pezzo ed una sempre appetitosa "Rag Doll" degli Aerosmith come pure una succulenta "Whole lotta Rosie" degli AC/DC.

Dopo un'attesa che sembrava aver illanguidito il pubblico (hanno contribuito proprio quei benedetti fumi dell'alcool che il nostro proibizionista Ministro della Salute Sirchia vorrebbe diradare!!), ecco finalmente gli Adler's Appetite, con Steven ed altri quattro musicisti di deciso impatto, grande esperienza (tutti reduci da altri sodalizi artistici), e indubbie doti: un sensuale e deflagrante Jizzi Pearl (ex Love & Hate/ ex Ratt) come voce solista, un eccezionalmente duttile Keri Kelli (ex Love & Hate/ ex Warrant/ex L.A. Guns/ex Slash' Snakepit/ex Vince Neal Band) alla chitarra, capace di regalarci splendidi assoli, Robbie Crane (ex Vince Neal Band/ex Ratt) al basso e Craig B. alla seconda chitarra.
Gente di una certa età reduce dai palcoscenici californiani dei secondi Anni Ottanta, abituata a suonare assieme ed avvezza agli stessi eccessi, etilici e non.
Gente che è riuscita a riproporsi sulle scene e che non rappresenta un caso unico nel panorama dell'hard rock americano, dove si assiste ad un ritorno in auge dello street/glam, con i grandi musicisti del tempo che fu sapientemente riciclati in vecchie/nuove band ( Velvet Revolver, Brides of Destruction), segno che le tirate depressoidi alla Creed hanno forse annoiato gli adolescenti americani.
I primi pezzi vengono suonati tutti d'un fiato, col pubblico in delirio: un'adolescente accanto a me tenta d'inerpicarsi sulla balaustra confidandomi di essere venuta per Jizzi, e questo mi lascia sorpresa, positivamente sorpresa, e ridacchio tra me e me perché se è vero che la maggior parte dei convenuti si è lasciata tentare dall'opportunità di ascoltare i vecchi pezzi dei Guns N' Roses da un gruppo che ha decisamente qualcosa in più di una cover band, per la precisione ha un biondo e lungocrinito pezzo di storia dell'hard rock, qualcun'altro, forse fra i più giovani, è disposto ad ascoltare pezzi nuovi e ad osannare nuovi idoli anche in questa band che non ha certo pretese di innovazione. E' lo stesso Jizzi a parlare di un nuovo disco in via di pubblicazione ed a interpretarne due pezzi, "99" e "Suicide", con una voce che si rivela più intensa ed autentica quando non è costretta a scimmiottare quella di Axel, mentre le chitarre diventano più dure, aspre.

Ma alla fine sono stati i grandi successi del primo album dei GnR a galvanizzare il pubblico, quell'"Appetite for Destruction" cui Adler deve il nome della sua attuale band e che riteniamo uno dei dischi più belli della storia del rock, uno di quei rari album praticamente perfetti sotto tutti i punti di vista: canzoni ispirate ed intepretate con intensità e perizia da parte dei musicisti, un sound che riesce a creare un magico equilibrio tra grezza potenza e sensualità, un artwork memorabile.
Ma vengono eseguiti brani anche da "Use your Illusion 1-2" e da "Lies", come pure classiche cover, fra le quali la mitica "Knockin' on Heaven's Door", di Bob Dylan prima ancora che dei GnR. Adler mostra perizia, grinta e simpatia, gigioneggia anche un po', a dire il vero, ma si fa perdonare esibendo per tutto il tempo un sorriso sornione decisamente accattivante: prima brandisce una dissetante Corona, poi sventola una sciarpa della Roma suscitando il visibilio dei tifosi della Magica, continuando imperterrito a dimenare il suo crine color del miele non più cotonato come un tempo.

La fame di vita che lo ha portato in passato alla dipendenza dalla droga sgorga ora inesauribile dai ritmi che crea: quei ritmi esplodono dal centro di ogni sua cellula e si propagano attraverso gli esili filamenti delle cellule nervose fino ai drums, per diffondersi da lì al popolo metal in visibilio. Tutto questo fa onore al sistema nervoso centrale, ce ne fa cogliere finalmente le funzioni. E fa onore a Steven e soci, che hanno scelto di restare fedeli a loro stessi.
RosaVelata