Reportage del concerto " Astarte Syriaca - The Fifth Season. Live alla Stazione Birra Roma

Live report part I

La serata si apre con il concerto dei Fifth Season, vivacizzato dalla presenza scenica del cantante Bodhi che, alternando la sua duttile voce a brevi intermezzi con strumenti a fiato ed a percussione (eccelle in special modo al flauto traverso ed all'ottavino), dà un tono vagamente orientaleggiante all'intera performance; tono che viene enfatizzato anche dal look dello stesso artista che inaugura lo spettacolo con un completo dal taglio indiscutibilmente nipponico per poi passare, con successivi e parziali cambi d'abbigliamento, ad un stile più moderno.


Ma tralasciamo queste notazioni dopotutto effimere per passare ad osservazioni più tecniche in merito alla qualità del concerto. L'esperienza live maturata dal gruppo e la buona tecnica di cui sono evidentemente in possesso si fondono per dare espressione ad un Progressive di stampo Seventies con talune influenze Anni Ottanta (Asia, Marillon), e con non rare accelerazioni Metal; queste ultime conferiscono al sound un'energia ed una potenza che altrimenti sarebbero deficitarie al più cerebrale e virtuosistico Prog.
I musicisti, dicevamo, sono tutti indistintamente dotati: da rilevare, in particolare, la non ortodossa tecnica del chitarrista, mancino che si affida ad uno strumento per destrimani con risultati sorprendenti. Lo stesso chitarrista è protagonista di un davvero ben eseguito assolo alla steel guitar. Assolo che non è l'unico, e non l'unico ad essere ben eseguito: come da copione progressive i musicisti si esibiscono a turno in assolo che, a volte, risultano un po' troppo prolissi.


Per quanto concerne la scaletta del concerto i nostri hanno privilegiato l'esecuzione di brani tratti dal loro secondo ed ultimo lavoro "Stronger, Perfect", più alcuni brani del precedente demo dal titolo omonimo "Fifth Season". Hanno inoltre interpretato tre cover: "Pigs" e "One of These Days" dei Pink Floyd, la prima buona, la seconda discreta ma un po' incerta, poco compatta nell'esecuzione, ed "E' festa" della PFM, anch'essa ben riuscita.
Se c'è un appunto serio da fare al gruppo riguarda solo la loro forse eccessiva "foga" esecutiva: ci sono infatti sembrati affetti da una "logorrea" torrenziale, dato che il loro concerto è durato quasi due ore, compromettendo in modo poco rispettoso la performance dei colleghi Astarte Syriaca (che si sono visti costretti a bypassare un brano previsto nella loro scaletta), ed affaticando non poco l'auditorio. La qualità non è direttamente proporzionale alla quantità, tocca ricordarlo. E finché questo errore viene commesso in ambiti semiprofessionali può ancora essere tollerato; il problema potrebbe nascere nel momento in cui dovesse persistere al progredire del livello delle performance (e glielo auguriamo, perché ne sono più che meritevoli): in tal caso i loro futuri promoter potrebbero non perdonarglielo.



Live report part II

Il palco viene finalmente ceduto agli Astante Syriaca che, premurosi, ci forniscono in anticipo il dettagliato programma della serata: un programma concettualmente complesso ed articolato, forse in alcuni punti un po' farraginoso, che prevede oltre all'ovvia esecuzione di brani da parte del gruppo, tre intermezzi recitativi interpretati dalla talentuosa attrice Barbara Alesse, nonché la proiezione di video-arte e la collaterale presentazione di una mostra di opere della pittrice Clizia Aloisi.
Il concerto diventa pertanto il nucleo di un progetto più ampio ed ambizioso che si apre a varie forme artistiche, uno spettacolo multimediale nel senso più puro del termine dove la poesia si armonizza con la musica e con le immagini che scorrono ipnotiche sui due schermi alle spalle del palco curate dai visual artist Georgia Tribuiani ed Emiliano Colantoni.
Scegliamo di soffermarci più a lungo su questo aspetto perché ci sembra così di interpretare correttamente la volontà degli stessi Astarte Syriaca, che per primi gli attribuiscono una grande importanza.
Dunque, la mia esperienza di storica dell'arte avvezza agli happening di molti artisti moderni mi rende poco incline ad accogliere con acritico entusiasmo ogni sperimentazione in tale settore dell'arte contemporanea, soprattutto per la consapevolezza ormai acquisita che la commistione e compenetrazione delle diverse forme d'arte non necessariamente dà esiti di pregio. Deve infatti sussistere un concetto chiaro da esprimere e le qualità tecniche per farlo. Ciò che è carente nella live performance degli Astarte Syriaca non sono certo le doti tecniche, che anche i loro collaboratori possiedono, quanto semmai un'idea nitida sottesa alla prassi artistica, un saldo, netto fondamento teorico alla base della loro invece confusa cosmogonia.
Se efficace risulta l'illustrazione dell'origine del nome e degli intenti artistici perseguiti dal gruppo (bella la definizione del Progressive come "musica dell'immaginifico" e la volontà di usarlo, cito testualmente, come "veicolo per liberarsi dagli stili e dalle etichette e per riuscire ad intendere la musica non come un semplice fenomeno commerciale, ma come un mezzo culturale essenziale"), se accattivanti e filologicamente pertinenti appaiono anche i riferimenti all'attività poetica del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, le successive "Note di Viaggio" con la spiegazione del senso dei singoli brani diventano invece più confuse e più arduo è rinvenire un filo conduttore unitario, forse da rintracciare nella figura di Astarte, divinità-madre originaria dell'antica Persia che, in una versione quasi New Age, è deputata a regolare l'armonia dell'Universo alternando i giorni alle notti, la Luce alle Tenebre, la veglia al sonno, la Vita stessa alla Morte.
Ma a questo traballante edificio teorico sono irriconducibili alcuni episodi come ad esempio quello della cover "Lady Marmelade", spaventosamente fuori contesto.
Ci sembra così di poter dedurre che i brani eseguiti siano stati ispirati dalle emozioni del momento e solo in un secondo tempo forzati ad entrare quali elementi costitutivi di una visione del mondo e della vita.
Ma veniamo ora all'analisi più specificamente musicale del concerto.
I brani, che parlano un Progressive Metal assai moderno e convincente, risultano non solo eseguiti con un'ottima tecnica strumentale ma particolarmente efficaci perché compatti pur nella loro complessità e sontuosità. Musicisti dalla tecnica così raffinata mostrano inoltre la rara capacità di tenere a freno ed irreggimentare il proprio impeto esecutivo; solo nell'ultimo pezzo "Dreaming" si "sfogano" lasciandosi andare all'ispirazione senza badare troppo ai vincoli formali.


I pezzi, d'altronde, sono tutti bellissimi, in particolare spiccano "In Silence" e "Winged Horses".
Eccellenti i musicisti, dicevamo: su tutti spicca il chitarrista che esegue ottimi assolo, tecnici ma mai freddi, usando con sapienza anche gli effetti. Notevole il riarragiamento della sonata "Al Chiaro di Luna" di Beethoven.
Il tastierista merita anche lui una menzione speciale: riesuma uno strumento desueto quale il theremin e mostra di saperlo usare con ammirevole maestria, regalandoci un momento di intensa emozione con la sua interpretazione di "Au Claire de Lune" di Claude Debussy.
Meno efficace, invece, l'assolo di batteria a metà di "Earth Spirit" che con la sua eccessiva lunghezza spezza la continuità del brano.
Il cantante, talentuoso e molto tecnico anche lui, si mostra forse meno a suo agio nell'interpretazione delle parti grintose (ma è il classico "pelo nell'uovo"!).
Piuttosto imbarazzante, però, il suo look: sappiamo che l'apparenza non conta poi molto nell'economia di una band valida, ma la scelta di un abbigliamento che ricorda troppo da vicino quello del collega Justin Timberlake era davvero poco in armonia con quello del resto del gruppo, tra l'altro piuttosto omogeneo. Mi si obietterà: un look fuori contesto può essere divertente; ma quando i riferimenti teorico-filosofici e musicali vogliono essere così stringenti un look da boy band non può non stridere.


La performance, a parte i momenti già citati, è comunque riuscita a calamitare l'attenzione degli spettatori (peraltro intorpidita dalla lunga esibizione dei Fifth Season), indice questo dell'inequivocabile successo dell'iniziativa. Gli Astarte Syriaca hanno realizzato uno spettacolo coinvolgente ed equilibrato nell'alternanza di musica e poesia e nell'efficace presentazione dei video. Gli deve essere costato grande impegno e dedizione.


La loro generosità artistica unita alle indubbie qualità tecniche li porterà lontano, a patto che non si "astraggano" troppo in elucubrazioni teoriche e si affidino più saldamente alla concretezza della loro ispirazione musicale.

Rosa Velata