Intervista ai Seventh Seal


Ciao ragazzi intanto complimenti per il vostro esordio la prima domanda la faccio a Chiara, il tuo è timbro molto vicino a tonalità maschili che non femminile e proprio secondo me conferisce al disco un suono particolare in che modo hai raggiunto questo tuo modo di cantare?
CHIARA: Ti ringrazio tantissimo per i complimenti a nome di tutti. Riguardo al mio modo di cantare prima di tutto c'è da dire che i miei cantanti preferiti sono da sempre Michael Kiske e Bruce Dickinson e le prime canzoni che ho imparato a cantare sono degli Helleween e degli Iron, quindi modelli maschili, e quando canto, quasi sempre involontariamente, questa influenza maschile traspare. Ciò è possibile soprattutto perchè il mio timbro di voce nel cantare di per se è molto più maschile che femminile. Nessun cantante può trascendere il limite impostogli dalle proprioe corde vocali.




Nel disco sono presenti due cover che avete inserito bonus track come mai avete scelto questo tipo di operazione invece di dare la possibilità al vostro pubblico di ascoltare un cd interamente fatto di brani originali?
ANDREA: In verità questa decisione è nata col tempo. Avevamo questi pezzi fermi da una parte e con l'occasione del full lenght ci è piaciuta l'idea di omaggiare 2 grandi gruppi quali Helloween e Riot, gruppi che fanno parte del nostro background e che hanno molta influenza sulla musica dei Seventh Seal.
MARK: Nel 2001 avevamo registrato un doppio mini-cd, contenente cinque brani nostri e cinque cover, che però non ha avuto sbocchi discografici con la label con cui eravamo in contatto in quel periodo. Quindi abbiamo "recuperato" due di queste cover. Inoltre crediamo che sia sempre interessante proporre e interpretare dei brani che hanno costituito per noi una fonte di ispirazione. È probabile che faremo lo stesso anche in futuro.
Il disco in questione è ovviamente improntato sulle chitarre e non potrebbe altrimenti per una band come la vostra ,in che modo viene costruito un brano dei Seventh… e c'è un altro strumento con cui non avete composto la vostra musica e non l'avete ancora fatto?
ANDREA: Le chitarre risaltano molto nell'ascolto dell'album, ma non sono d'accordo che il disco sia improntato su queste. La voce ha un ruolo importantissimo e il timbro e la mestria di Chiara ammaliano brano dopo brano. La sezione ritmica è compatta e potente e da l'impatto giusto al nostro sound. Direi che tutto si amalgama perferttamente e ogni strumento svolge il proprio ruolo egreggiamente andando a comporre quel mosaico di suoni e cattiveria che è "The Black Dragon's Eyes".
MARK: E'ovvio che la maggior parte del lavoro di composizione gravi sui chitarristi, ma il nostro modo di lavorare lascia un ampio margine di partecipazione a tutti i membri della band. Infatti talvolta capita che le idee partano da un "giro" di basso e batteria da cui nascono improvvisazioni su cui Chiara può trovare delle melodie. Il tutto, se ci sembra valido, viene rifinito e diventa un brano. Altre volte ci muoviamo in maniera più tradizionale, lavorando su un riff di chitarra più o meno definitivo ma, in ogni caso, il lavoro è sempre di squadra. Questo metodo, seppur lento ed estenuante, permette a tutti di essere soddisfatti del brano e, cosa più importante, aiuta a maturare e ad arricchire i musicisti, che si trovano di fronte a stimoli continui ed eterogenei. Crediamo che sia questo, nel nostro piccolo, a differenziarci da altre band dove c'è un leader che fa sfoggio di tecnica e delle comparse che lo accompagnano.

Avete detto nella bio che all'inizio eravate una band molto diversa da quella attuale quali erano o sono queste differenze?
ANDREA: Bhe direi che con gli XXX, così si chiamava prima il gruppo, sia rimasto in comune solo l'attitudine e la voglia di fare musica. A quei tempi Chiara Francesco e Pasquale scrivevano pezzi a metà strada tra il rock e il metal, con testi in italiano. Successivamente si decise di cambiare, scrivendo le lyric in inglese e orientando decisamente il sound sul power/heavy metal.

La domanda che vi faccio adesso è quasi d'obbligo,il vostro esordio è datato 2003 state già lavorando a del nuovo materiale ed in che modo sarà diverso rispetto a The Black….?
ANDREA: Certo, stiamo già ampiamente lavorando al nuovo materiale, e personalmente sono molto soddisfatto dai risultati ottenuti. Anche se c'è ancora molto da fare credo che le differenze non saranno molte ma si faranno sentire, quindi mi aspetto un disco sicuramente diverso ma comunque sempre nel pieno rispetto del Seventh Seal style, e non potrebbe essere altrimenti.



Ho notato durante l'ascolto una certa irruenza non solo per quanto riguarda le chitarre ma soprattutto per quanto riguarda il suono in generale siete d'accordo su questo ed in che modo cercherete di sopperire a questo particolare?
ANDREA: Onestamente sono contento del lavoro che è stato fatto sui suoni e sul missaggio del disco. Non mi piaceva l'idea di un disco troppo "patinato" e pacchiano, e credo che il risultato ottenuto sia accattivante e coinvolgente. E poi non scordiamocelo: noi suoniamo metal!
MARK: Perché sopperire? L'irruenza è la base su cui dovrebbe poggiare tutto il metal. Quando sarà finita la rabbia e la voglia di suonare "heavy", credo che ci scioglieremo per dedicarci ad altro. Certo, questo non deve essere un freno alla maturazione artistica del musicista, ma deve rimanere la molla che fa scattare tutto il meccanismo. Ci sono innumerevoli esempi di band che si sono "ammorbidite" col tempo (magari in cerca di facili guadagni), fino a diventare ridicole. Basti pensare a certi gruppi thrash.

Di cosa parlano le vostre canzoni sono solo testi fantasy oppure in seguito i vostri testi avranno un impronta diversa?
CHIARA: In "The Black Dragon's Eyes" sono soltanto tre i testi che si potrebbero definire fantasy in senso stretto ovvero: la title-track, The Unicorn e Nightly Rainbow; i quali sono collegati fra loro, parlano di momenti diversi della ricerca degli occhi del drago e probabilmente anche nel prossimo album ci sarà qualche altro testo sull'argomento. Per il resto i testi contengono disparati argomenti: The Ways of the World parla del grido di ribellione verso il tipico atteggiamento di chi difronte ad un'umanità che si sta autodistruggendo con guerre, inquinamento ecc. pensa che il mondo ormai va così e nessuno può farci niente.Only a Dream parla di un sogno, nel quale siamo consci di sognare ma non riusciamo a svegliarci. The Gladiator è la lotta interiore di un gladiatore, da una parte costretto ad uccidere per sopravvivere e vorrebbe ribellarsi a tanta crudeltà ma nello stesso tempo abbagliato dalla gloria delle proprie imprese, conflitto interiore che lo porterà ad un finale estremo. Midnight train parla metaforicamente del destino sotto forma di un treno, che passa senza fermasi ma bisogna salirci al volo e può portarti dovunque. Riding the Waves descrive istante dopo istante la caduta da una scogliera verso il mare fino a sprofondare negli abissi e lottare contro le onde per ritornare alla luce, alla vita.




Cosa pensate ci sia da cambiare nell'entorurage del metal italiano affinchè i nostri gruppi siano più credibili non solo in Italia ma soprattutto all'estero?
ANDREA: Beh a mio avviso nel panorama italiano sono molte le cose da cambiare, e questo è dovuto al fatto che, credo, in Italia non esiste una mentalità e tradizione in fatto di metal. Questo penalizza su tutti i campi e i livelli di produzione; molti forse non se ne rendono conto ma già non avere mai spazi in cui suonare e poter proporre la propria musica, di per sè impedisce il ricambio e l'ascesa di nuove band, ma non solo, non permette ai musicisti, cosa ancora più fondamentale, di accumulare la giusta esperienza e questo si riflette immancabilmente sui dischi, per quante correzioni e alchimie si possano archittettare durante le registrazioni. Inoltre gli investimenti in questo campo sono pressochè nulli e chi non ha i mezzi non può certo proporsi. Molti sono contenti di questo, vista l'inflazione di band che c'è ora sul mercato, ma questo troppo spesso premia chi ha i soldi per pagarsi la produzione e non i gruppi che realmente meriterebbero un' occasione. A mio avviso la poca professionalità che viene attribuita ai gruppi italiani deriva da questo, in fondo quando si hanno pochi mezzi e poche risorse non si può pretendere di creare dei capolavori e non è un caso che i grandi gruppi italiani siano spesso in mano a label e produttori esteri.
MARK: Credo che al Metal italiano (ma non solo a quello), manchi soprattutto la personalità. Le sezioni ritmiche sono spesso poco incisive e compatte e non vengono curati affatto i suoni e tutti quei dettagli che fanno la differenza. I chitarristi pensano solo a copiare gli esercizi di musicisti molto tecnici come Petrucci, senza però capire la vera statura artistica di quei personaggi, che riescono ad esprimere tutta la loro sensibilità usando la tecnica come mezzo e non come fine. Gruppi come gli Iron Maiden oggi vengono considerati di medio o basso spessore tecnico, ma ogni volta che una band prova a riproporre un loro pezzo finisce col fare una figuraccia, perché nessuna scala iperveloce può sostituire il tocco e la genialità di Adrian Smith. Queste sono cose che si imparano solo con anni di esperienza live e in studio e, purtroppo, l'Italia non offre grandi possibilità in questo senso. Anche per questo siamo felici di lavorare con la STEELHEART, che ci sta offrendo molte occasioni.

Bene siamo giunti al termine dell'intervista volete dire dell'altro ?
CHIARA: Si, vorrei dire grazie a nome di tutta la band a tutte quelle persone che pensano che l'heavy metal non sia passereggero come una moda. In giro mi è spesso capitato di sentir dire che il metal è morto e non ha più niente da dire, non è per niente vero! E se alla televisione ed alla radio non passano niente chi se ne frega, creiamoci i nostri spazi e suoniamo... mentre un ringraziamento particolare a tutti gli amici che ci scrivono e.mail e che vengono ai nostri concerti.