ARCHIVIO STORICO

Tangerine Dream

 

 

 

 




Alla fine degli anni 60 ci sono in giro tanti gruppi che usano sintetizzatori per poter fare musica che possa evocare mondi ultraterrestri e sensazioni lisergiche. Tra le band che propongono quello che viene chiamato Kraut rock o Kosmische Musik (in quanto questo movimento ha origine in Germania) vedono la luce nel ’67 i Tangerine Dream, fondati da Edgar Froese al quale si aggiungono nel ’69 Klaus Schultze (percussioni) e Konrad Schitlzer (tastiere).

Il linguaggio musicale proposto inizialmente si fondava su una improvvisazione totale con lo scopo di supportare le arti figurative.

Questo intento è ascoltabile in “Electronic meditations” dove i nostri non si pongono limiti arrivando anche al rumorismo più spietato che mette alla prova duramente anche il più coraggioso appassionato. Forse proprio per questo coraggio sfacciato i nostri diventano in breve tempo famosi e sulla bocca di tutti. Forse già con i Pink Floyd si era arrivati a captare qualcosa di visionario, ma sempre in brani con una struttura precisa, mai così assolutamente informe per certi versi.

Nonostante gli iniziali intoppi comprensibili per il genere musicale che i nostri propongono, con l’album “Phaedra” del ’74, i nostri arrivano al contratto con la Virgin, fino alla nomination – più recentemente - per il Grammy Awards.

La biografia dei Tangerine Dream da molti appassionati è stata divisa in sei fasi di cui noi tratteremo solo una parte, fermandoci agli anni ’70. Comunque per dovere di cronaca bisogna sapere che queste fasi sono: i Pink Years, i Virgin Years, i Blue Years, i Melrose Years, i Seattle Years e l’ultima tappa è tuttora in corso.

Per essere più precisi i Pink Years (’70-’73) sono quelli con cambi di line up fino alla formazione Froese, Franke, Baumann e sono gli anni dove si rafforza l’interesse per l’elettronica in campo musicale (Moog, ARP,etc..) dove l’unico strumento analogico è la chitarra Les Paul di Froese.

Di questa fase fanno parte l’osticissimo “Electronic Meditation” (’70 - line up: Froese, Schulze, Schintzler) , composto da brani al confine con il umorismo, tutto di suoni elettronici dove gli unici strumenti reali sono le percussioni, il flauto e una chitarre elettrica piena di effetti. Segue poi “Alpha Centauri”(‘71 –Froese, Franke, Schroeder, Dennenbourg, Paulick) , ancor più rarefatto del precedente, che richiama a temi cosmici, dove tutti i componenti della band suonano almeno più di una tastiera e dove viene usata anche una macchina da caffè!.

Ma la band raggiunge consacrazione con “Zeit – Largo in 4 Movements” (’72 - Froese, Franke, Baumann, Schroeder, Fricke, ed un quartetto di violoncelli) sul quale sono incisi 4 movimenti della durata media di 20 minuti l’uno che mettono alla prova anche l’ascoltatore più aperto di vedute. Qui l’effetto ipnotico raggiunge il culmine, le composizioni sembrano non avere fine. Interminabili note mantenute per ore come un tappeto lisergico e cosmico allo stesso tempo creano atmosfere che evocano mondi surreali.

Con “Atem” (’73) il trio Froese, Franke, Baumann non si limita ai synth ma nell’ultima traccia, “Wahn” sperimenta con le voci (sulla scia dell’italiano Demetrio Stratos), “effettandole” con echi ed effetti vari.

Nel ’74 esce “Phaedra” come abbiamo accennato sopra e qui la space music è in tutto il suo splendore, per certi versi i nostri (il trio F.F.B. come per il precedente) si fanno per certi versi, più “comprensibili”. Arpeggiati cosmici danno vita ad un qualcosa di più intelligibile anche alle orecchie del più profano, sebbene non si siano privati della componente ipnotica sempe presente.
Della stessa vena compositiva è il suo successore del ’75 “Rubycon” e, sebbene sia ispirato alle gesta di Giulio Cesare, evoca sempre quei mondi surreali cosmici che i nostri amano e che ripropongono anche in “Ricochet” dove il sound si snellisce verso un’elettronica già un tantinello più “commerciale” e la sei corde assume vesti certamente più ortodosse e, per certi versi, ricorda nelle melodie un Santana contaminato d’Oriente.
È il ’76 e con “Stratosfear” la musica si fa sempre più orecchiabile, niente più sperimentazioni ostiche e rumorismi, è riconoscibile una melodia, sebbene “l’effetto ipnosi” sia raggiunto con l’uso di arpeggiati ripetuti ossessivamente, mentre talvolta la linea di confine con la new age è sottilissima.
Dopo il live “Encore” del ’77 ecco che nello stesso anno i nostri prendono quella parabola discendente che inizia con la composizione del film “Sorcerer” che li vede privi di voglia di sperimentare liberamente e li arena a compositori su commissione di colonne sonore di cui questa è la prima…il resto è storia ben nota.

(Giovanni Turco).