ARCHIVIO STORICO

Pink Floyd

 

 

 

 




Tutto ebbe inizio al Politecnico di Regent Street di Londra, sul finire del ’63, quando il nucleo originario - Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason, insieme ad altri elementi - formarono il primo gruppo Sigma 6: si tratta di una formazione instabile e di poca durata, cui seguì il nuovo gruppo, The Abdabs. E’ in questa fase che entra a far parte della band anche Roger Keith “Syd” Barrett.
Il gruppo, cambiando nome numerose volte (The Spectrum Five, The Pink Floyd Blues Band, The Pink Floyd Sound), inizia a suonare nei locali della nascente scena underground.
Il nome definitivo della band, Pink Floyd, viene scelto da Barrett e non è altro che l’unione dei nomi di due bluesmen, di cui possedeva i dischi e che amava, Pink Anderson e Floyd “dipper boy” Council.
Durante il ’66, i fermenti verso un mutamento nelle espressioni delle varie forme d’arte cominciavano a esplodere nella capitale inglese ed i tempi erano maturi per i cambiamenti.
Il repertorio dei Pink Floyd attingeva ai classici del blues, si affacciavano in Inghilterra i primi suoni provenienti dalla psichedelia della West Coast, Barrett cominciava a comporre i suoi primi brani, si profilava all’orizzonte la passione per la band verso la sperimentazione elettronica.
In questo humus fecondo e pullulante di novità, il gruppo si esibisce al famoso Marquee Club e viene notato da Peter Jenner (poi loro manager con Andrew King), folgorato dalla musica strana, fuori dall’ordinario, che proveniva dai loro strumenti.
Durante il loro incontro i Pink Floyd suonavano nel tipico clima studentesco, comprando apparecchiatura con i soldi racimolati da una borsa di studio ed erano sul punto di sciogliersi, in quanto non riuscivano a terminare gli studi e non ottenevano ingaggi che sostenessero la loro musica.
Provate a immaginare la loro incredulità quando arrivarono le proposte di Jenner!
Nel frattempo apre i battenti l’UFO Club, il miglior locale underground londinese, in cui la band sperimenta i suoi primi rudimentali light-show, giochi di luci, suoni e immagini per coinvolgere il pubblico.
E’ il 1967, i Pink Floyd, senza aver ancora inciso alcun disco, riescono ad avere un articolo sulle pagine centrali del giornale Melody Maker: è l’anno del lancio, mediante un contratto addirittura con la EMI.
Il primo singolo pubblicato è Arnold Layne che, nonostante le censure da parte di alcune emittenti radio, riesce in breve tempo a raggiungere il 23° posto nelle classifiche nazionali.
A questo fa seguito il secondo 45 giri, See Emily play, che si rivelerà anch’esso un successo.
La band dunque è pronta per registrare: allo studio 3 della EMI, mentre allo studio 2 ci sono i Beatles che creano il loro Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, vede la luce il primo album, The piper at the gates of dawn, costellato di brani allucinati e acidi (Astronomy domine, Interstellar overdrive), filastrocche fiabesche (Mathilda mother, Flaming, The gnome), atmosfere scanzonate (Bike).
Il genio creativo del leader Barrett porta a definire un sound originale e innovativo che irrompe e rapisce il pubblico: l’album raggiunge il 6° posto nella classifica inglese, rimanendo nella Top20 per 7 settimane.
Ma, proprio quando il gruppo si affaccia verso le porte del successo, cominciano i problemi: la mente di Syd manifesta segni di squilibrio sempre più evidenti, causando ritardi nella composizione del nuovo materiale, palesando inaffidabilità nelle esibizioni dal vivo, mostrando imbarazzanti interviste radio-televisive.
Perso ormai nei meandri della follia, il “cappellaio matto” si avvia ad uscire dalla vita del gruppo e al suo posto subentra la figura di David Gilmour.
A saucerful of secrets, pubblicato nel 1968, rappresenta proprio il momento di transizione dalla formazione con Barrett, di cui compare un solo credit per il brano Jugband blues a quella con Gilmour.
I versi di Jugband blues sembrano quasi un’autodiagnosi dello stato di schizofrenia di Barrett: “È molto gentile da parte tua pensare che io sia qui. E io ti faccio la cortesia di spiegarti che non sono qui. E mi chiedo chi sta scrivendo questa canzone”.
Inizia a emergere nell’album l’inclinazione verso ampie composizioni strumentali e realizzazione di brani più lunghi, come dimostrano Set the controls for the heart of the sun e A saucerful of secrets: si avvia lentamente l’evoluzione verso il suono tipico che contraddistinguerà la band.
Orfani del genio Syd, lasciate le redini al nuovo deus ex machina Roger Waters, la band si ritrova in bilico sulla strada da percorrere e si lascia andare ad un periodo di forti sperimentazioni.
Il 1969 è un anno ricco di impegni: i Pink Floyd registrano i brani per la colonna sonora di Zabriskie point di Michelangelo Antonioni e l’album More, colonna sonora del film di Barbet Schroeder, in cui spiccano alcune piccole gemme come Cymbaline, Cirrus minor e Green is the colour.
A fine ottobre esce anche l’ambizioso doppio album Ummagumma, una parte con registrazioni dal vivo dei primi successi, l’altra parte con brani inediti in studio, caratterizzati da una forte sperimentazione che vede protagonista di volta in volta ogni singolo componente e ogni singolo strumento: l’album è un’intrigante sequenza di brani strumentali, in cui sono presenti anche interessanti miscele di elementi di musica classica e avanguardia.
Arriva il 1970, l’anno cruciale per i Pink Floyd, il momento in cui si saprà se il loro lavoro sarà solo un fuoco di paglia o se invece riusciranno a conquistare il mondo.
I quattro sviluppano una lunga suite sinfonica, arricchita, grazie all’intervento del musicista Ron Geesin, di un’imponente orchestra e un coro di venti voci: presentata dal vivo col nome provvisorio di The Amazing Pudding, la grandiosa suite occupa l’intera facciata dell’omonimo album Atom heart mother.
Il secondo lato, invece, è puntellato di piccoli affreschi come If e Fat old sun e si chiude con la psichedelica, stralunata, geniale Alan’s psychedelic breakfast.
E’ il successo, conquisteranno il mondo. L’album svetta in prima posizione nelle classifiche inglesi.
Il 1971 è un anno di intensa attività: viene pubblicato Meddle, l’album che contiene le chicche One of these days e la superba suite Echoes, emblema per eccellenza della definizione del “Pink Floyd sound”; nello stesso anno si svolgono le riprese del documentario Live at Pompeii, performance live svolta senza pubblico nella suggestiva cornice dell’anfiteatro romano di Pompei.
Dalla fine del 1971, i Pink Floyd cominciano a lavorare su un nuovo prodotto, che avrà come tema conduttore l’alienazione mentale e riflessioni sul ciclo vita/morte.
Mentre preparano il nuovo lavoro, prosegue il loro tour in Europa e in Nord America, perfezionando ed ampliando l’utilizzo di effetti speciali.
A marzo del 1973 vede finalmente la luce The Dark side of the moon, l’apice, la sintesi e la perfezione stilistica delle precedenti sperimentazioni, l’equilibrio e la coerenza di un concept-album forte e ben sviluppato, la consacrazione anche commerciale della band: Il disco rimane per 15 anni consecutivi in classifica, dalla data di uscita fino al 1988 e vende oltre 30 milioni di copie in tutto il mondo. Un album dove non ascoltare le singole tracce ma lasciarsi guidare dall’opera presa nel suo complesso, dall’apertura di Speak to me al perfetto finale di Eclipse.
Lo show che allestiscono per il tour è di un impatto e di una straordinarietà disarmante: suoni diffusi in quadrifonia, sullo schermo scritte e immagini evocative ad accompagnare i brani.
Ma il successo porta inevitabilmente con sé i primi disagi: la pressione del music business per sfornare un nuovo album, l’incredibile popolarità che porta la band ad abbandonare la visione di show intimi per rivolgersi ad una folla sempre più grande, sono elementi che fanno sentire il loro peso: David Gilmour ricorderà nelle sue interviste la differenza fra il pubblico attento e adorante del periodo Ummagumma, dove le note echeggiavano nello spazio in assoluto e religioso silenzio e l’orda di ragazzini, in luoghi sempre più affollati, che gridavano di voler ascoltare Money.
In questo clima, nel 1975, esce dunque Wish you were here: il brano omonimo e Shine on you crazy diamond sono un chiaro tributo all’amico Syd Barrett e un’invocazione al suo genio in un momento brillante dal punto di vista del successo internazionale e delle soddisfazioni, ma difficile sul piano esistenziale. In Welcome to the machine e Have a cigar sono intuibili le denunce contro i valori dominanti della società e contro il business musicale: “La band è davvero fantastica, è proprio quello che penso. A proposito, chi è Pink?”, echeggia un fantomatico rappresentante di una casa discografica in Have a cigar.
L’album si rivela un nuovo grande successo raggiungendo la vetta nelle classifiche inglese, americana e italiana.
1977, l’anno di Animals. L’anno in cui Roger Waters sente sempre più il distacco fra sé e il pubblico e prende il predominio sul gruppo, realizzando testi di amara denuncia sul decadimento della società moderna, paragonando gli uomini a maiali, cani o pecore (Pigs, Sheep, Dogs). Anche la musica si fa ruvida e tagliente. L’album riflette anche il malcontento sociale di quell’anno in Inghilterra, flagellata da bande di punk e da un aumento considerevole di episodi di violenza urbana. Anche per questi motivi, contro ogni aspettativa, nonostante il crescente interesse delle major di “distruggere” i mostri sacri del rock, la critica accolse favorevolmente l’album.
Il tour conseguente mostra che la corda comincia a tirarsi troppo e Roger Waters, che arriva ad avere episodi spiacevoli con il pubblico, erige sempre più il suo “muro”: arriva il 1979, esce in doppio vinile The wall, opera complessa e ambiziosa, che prevede anche l’uscita dell’omonimo film e del tour, in cui il protagonista Pink è, autobiograficamente, una rockstar che ripercorre le tappe della propria esistenza che hanno portato alla costruzione di un muro intorno a sé, un muro di alienazione ed incomunicabilità: ogni mattone rappresenta un motivo differente della sua sofferenza e per ogni muro che crolla, ce n’è un altro che risorge, in un ciclo continuo.
Ormai i dissidi interni al gruppo sono sempre più forti, il tempo sta cambiando e ci si avvia ad un nuovo ciclo per la band, ma l’album è un successo assoluto, ricevendo il disco di platino nel giro di poche settimane e l’esibizione dal vivo è tra le più spettacolari di tutta la carriera dei Pink Floyd.


Fabiana Bugno


PINK FLOYD – DISCOGRAFIA ANNI ’67-‘79

1967 – The piper at the gates of dawn
1968 – A saucerful of secrets
1969 – More
1969 – Ummagumma
1970 – Atom heart mother
1971 – Meddle
1972 – Obscured by clouds
1973 – The dark side of the moon
1975 – Wish you were here
1977 – Animals
1979 – The wall