ARCHIVIO STORICO

At War With Self
Acts Of God
Sluggo's Goon Music
www.glennsnelwar.com

 

 

 

 




Sono sempre stato un fan dei Gordian Knot, ho sempre visto quel progetto come una rara perla di equilibrio musicale, un crossing ruffiano e ben studiato di generi musicali vicini tra loro che ritrovano freschezza e facilità di ascolto.
Negli stessi anni uscivano anche i mostruosi Liquid Tension Experiment (e perchè no, gli Attention Deficit di Skolnick) che ricercavano di fare una cosa simile con una impronta stilistica molto diversa ma altrettanto riuscita.
Due visioni del prog diverse e di indiscussa genialità.
Probabilmente negli ultimi anni del secolo scorso molti erano riusciti a cavalcare l'onda di successo dei Dream Theater dando vita ad un breve momento di rinascita per la musica rock metal di alto livello compositivo ed esecutivo.
la difficoltà intrinseca che caratterizza un genere strumentale sta nell'attenzione richiesta sia da parte di chi compone che di chi ascolta. Credo che sia per questo motivo che il trend si è spento velocemente, più della decade Grunge o della triste ondata Brit Pop (solo a scriverlo "britpop" mi viene il vomito).
Velocemente: Chi ascolta è ormai un probabile adepto di Mtv, canale televisivo che ci ha proiettato negli USA mainstream riducendoci a zombi senza alcuna identità musicale che spendono i loro cari soldini per le vacanze estive nei biglietti dell' Heineken jamminfestival o nel Cocacola Cornetto Freemusic Festival blabla. (La tromba d'aria...nessuno ha mai letto Spiriti di Stefano Benni? mi sembra accada una cosa simile in quel libro...).
Chi suona si è perso nella battaglia polemica contro il Mainstream di cui sopra producendo cose sempre più difficili da ascoltare, più fusion forse rafforzando il divario tra quelli che suonano e sono veramente appassionati e quelli che ascoltano solo radio 101.
Dalle ceneri di quel periodo emergono gli At war with self.
Con i redivivi Gordian ed uno Zonder alla batteria veramente d'annata, reduce del Destino in Pericolo (o come diavolo si traduce) un vero fenomeno di gusto e professionalità.
Il nome della Band è quantomai azzeccato, in guerra con se stessi, sembra una ammissione di stato psicologico che rispecchia perfettamente tutto il disco.
Intimista e indeciso, sembra un viaggio dentro un cervello che vive i nostri giorni. Energia e tristezza urlate.
Oltre i generi e gli schemi il disco disorienta ad un primo ascolto, costringe a riflettere ad un secondo.
La ricerca di se stessi pare non abbia fine e forse il vero trucco sta nel liberarsi proprio di quegli schemi (musicali, mentali e sociali) ai quali siamo abituati comunicando sensazioni critiche nelle quali ci riconosciamo perfettamente. Choke Loud, il brano 8, pare industrial rivisitato e sembra dipingere un giorno di ordinaria follia, strozzato ma non soffocato nel silenzio, la quotidianità dell'isolamento rumoroso alla quale i Pink Floyd ci avevano abituato ora diventa primordiale ed estrema.
La discesa agli inferi comincia e finisce con due banalissimi brani/loop di chitarra acustica che sembrano voler metterci a nostro agio come quando l'ottovolante rallenta all'inizio e alla fine di ogni corsa.
Durante il percorso non ci sono vie di mezzo, anche se ci sono parti cantate (di ispirazione Alice in chains) man mano che ci si addentra nelle composizioni questa assume sempre toni meno melodici e riducibili a qualsivoglia logica strofa/ritornello.
Si perchè credo che ci troviamo di fronte ad un concept album bello e buono, dove riconosco a tratti una più coerente e meno compromessa vena espressiva "a la Tool" (ma sottolineo che siamo molto lontani dal loro stile).
I titoli dei brani sono pretesti, il disco va ascoltato tutto, due tre volte.
E non sarà piacevole, gli incastri musicali tra elementi prog ed elettronici/industrial non dipingono bel paesaggio, un paesaggio comodo.
E la messa in discussione dei margini che delimitano l'azione (personale e musicale) di ogni individuo sono sempre passibili di revisione. La ricerca di se stessi corrisponde ad abbracciare la criticità regalataci dall'arte, confrontandoci con la parte piu scomoda di noi che musica come questa può far emergere.
La ricerca della felicità non è quella americana dell'autorealizzazione, nel ripropore schemi al benessere. Per quanto mi riguarda si è tanto più felici quanto più ci liberiamo del "self" dell'ego cercando di risolvere razionalmente il caos che circonda i tempi in cui viviamo, svelando contraddizioni e pseudo problemi.
Uno squarcio tremolante di caos lo trovate in dischi come questo.
E' la prima volta in due anni che mi trovo ad ascoltare qualcosa di espressivo, profondo e suggestivo come Act of God.
E' un disco odioso a momenti, imbarazzante ed eccessivo, drammatico e polemico: Compratelo. Sarà come mettersi un Giger originale in casa.

Paolo De Domini



Tracklist:
01.Acts Of God
02.911
03.Threads
04.Ursa Minor
05.End In Blue
06.MartyrAt War With Self
07.No Place
08.Choke Loud
09.Refugee


Glenn Snelwar - Acoustic and Electric Guitars, Synth, Mandolins, Programming, E-bow
Damon Trotta - Bass, Synth, Programming, Vocals, E-bow, Diggeridoo, Programming
James vonBuelow - Guitars, Programming
Steve Decker - Drums
Mark Sunshine - Vocals
Dave Archer - Synths
Manfred Dikkers - Drums eup:


 

 




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