La “Tribù delle Anime Morte” è in realtà composta da un
unico componente, il polistrumentista nonchè autore dei brani Devon Graves che
qui si avvale della collaborazione senz’altro significativa dell’ottimo
percussionista Adel Moustafa.
Un nome d’arte, Devon Graves, quanto mai appropriato per
chi come lui si lascia affascinare dalle inflessioni più cupe e lugubri del
Progressive, un Progressive che nelle sue mani esperte si trasforma quasi in un
nuovo, personalissimo genere, difficilmente definibile, ma che per i maniaci
delle categorizzazioni a tutti i costi potremmo chiamare un Progressive Doom, o
Doom Prog, a seconda di quale delle due componenti del suo stile ci sembri
predominante.
Perché del Prog resta senz’altro la cervellotica ricerca
compositiva, raffinata e mai banale, ma spesso così poco intuitiva da far
risultare i brani ostici ad un primo, distratto ascolto.
Del Doom è la propensione per i ritmi lenti, cadenzati, che
creano un’atmosfera cupa e depressiva ma che sono d’altro canto gli unici
responsabili del grande spessore emotivo dei brani, dell’intensità e
dell’autentica ispirazione che da essi trasuda.
Di Graves e di nessun altro sono invece i momenti di
sperimentalismo spinto che ci inducono a non dare mai nulla per scontato in
questo lavoro colto ed originale.
La scelta ad esempio di dare tanto spazio alle percussioni
è di certo sua e sfugge a qualsiasi schematico e riduttivo tentativo non solo di
inserire l’album in una specifica sottosezione o nicchia musicale, ma persino di
definirlo secondo criteri più generali e condivisi.
Ogni brano ha una sua complessa originalità, un carattere
deciso ed unico.
Nella seducente “A Flight on an Angels Wing” sono proprio
le percussioni ad introdurre e poi dirigere una melodia emotivamente
coinvolgente, resa ancora più ammaliante dalla voce ben modulata di Graves e da
chitarre che a tratti duettano con le stesse percussioni, in un crescendo di
pathos amplificato dai frequenti vocalizzi del singer.
In “To My Beloved” torna l’accoppiata chitarre-percussioni
al servizio di ritmi angoscianti nella loro cadenzata e tetra lentezza, che
pervade soprattutto i refrain.
“Don’t You Ever Hurt?” affida quasi interamente alle
chitarre l’ossessiva scansione ritmica; più acusticamente melodica appare “Some
Sane Advice”, mentre energico e classicamente Progressive è invece “Let the
Hammer Fall”.
In “My Dying Wish”, infine, spiccano le inserzioni
elettroniche che denotano ancora una volta la tendenza naturale ad uno
sperimentalismo fuori dal coro.
Sperimentalismo a tratti difficile ma pur sempre degno di
ammirazione: se la suddetta Tribù è capace di creare una musica così intensa e
coinvolgente le sue “anime” sembrano tutt’altro che morte!
RosaVelata