| Karcius
“Sphere”
2006
Unicorn Records
Inizia con “Kunidé” dai sapori elettro-jazz
con un intro flamenca ma non troppo questa prima fatica dei musicisti
canadesi della scuderia Unicorn.
Gli ultimi minuti si fanno sperimentali allo stato puro disorientando
l’ascoltatore non poco e proiettandolo verso territori più
heavy alla “Liquid Tension” di cui pensiamo il mercato
discografico sia particolarmente saturo in questo momento.
Segue “Liquid meat” dove il combo continua a percorrere
la strada del progetto statunitense, cosa che almeno per il sottoscritto
non è proprio un motivo di vanto.
Spicca nel brano uno sprazzo jazz che ci fa tirare un po’
il fiato e rilassare la mente: che sia una trovata per far capire
di saper suonare anche il jazz ? Tali quadretti in un brano non
devono mai essere un mero inserimento autocelebrativo, ma una naturale
tendenza del brano stesso durante la composizione…a buon intenditor….
“Evolution” si diverte a giocare con il samba e si fa
piacevolissimo prog-samba. Forse ci troviamo di fronte ad un rarissimo
momento di musica. La chitarra gioca maliziosa cantando alla maniera
di Santana prendendo a piene mani dal suo sound. Ma allora che musica
fanno questi tipi? Jazz/Prog/Metal/Samba?....le cose si complicano
e un riff di chitarra che sa di già sentito fa capolino al
secondo minuto.
“Lunatik” si prende la bellezza di tre tracce per la
durata di 18:33 minuti. Il brano si apre nella traccia 4 con un
riff di tastiera ultrascontatissimo e ripetuto fino alla paranoia
con la chitarra che ci ricama inutilmente sopra altrettanti orpelli.
Diventa poi jazz metal mettendo poi il basso in primo piano per
un solo che non si sa dove vuole andare a parare, sfociando in una
sorta di funky metal e poi in qualcosina di più originale
verso il 4 minuto, ma non ci fa gridare al miracolo.
Poi al 4:26 (risatina)…jazz lounge per 50enni in crisi esistenziale
con un bicchiere di whisky in mano. Uhm…alti e bassi…come
su una montagna russa…
Continua nella traccia 5 con un riff paranoico che ci fa venire
mal di testa e ci tenta nello scaraventare il dischetto dalla finestra.
Intanto il brano continua con dissonanze ed esercizi cerebrotici
fini a sè stessi contaminando heavy durissimo e jazz dando
vita ad una creatura che ci fa accapponare la pelle.
Traccia 6, le atmosfere si rilassano nuovamente con i gabbiani che
ci guidano sul mare dopo una tempesta. Più ascoltiamo e più
realizziamo che questi musicisti danno il meglio di loro nel jazz
che nel prog-metal….ma allora perché incaponirsi a
fare prog? Continuano a giocare con il samba dando ottimi, piacevolissimi
frutti che non saranno originali, ma perlomeno ascoltabili.
Arriva poi “Highway to the moon” che vede protagonista
un pianoforte ispiratissimo e dolcissimo che strizza non poco l’occhio
a Chopin ed a Bethoveen. L’operazione può, nei primi
minuti di ascolto, dare l’impressione di funzionare, ma poi
ci si rende conto che con il tempo questa sorta di classic rock
stanca enormemente specie nel finale inutilmente prolisso.
Seguono “Back to earth” e “1111” senza pausa
annoiandoci ulteriormente con un riff di chitarra ripetuto fino
allo sfinimento, cosa che ci ammorba non poco.
“Labyrinthe” nei suoi 9:03 si dipana in sonorità
non meglio identificate che vorrebbero stupire per poi tuffarsi
in un jazz-funky rilassato senza infamia e senza lode.
“Bois ta musique” è l’anticamera della
fine (finalmente) di questo lavoro e continua su territori funky-jazz
che definire prog è arduo…
“Absolute decadence” conclude il c.d.
In questo ultimo episodio nuovamente i nostri si divertono a catapultarci
da uno stile ad un altro cosa che però non so fino a che
punto faccia gioire dopo numerosi ascolti.
Concludendo: che senso ha un album simile? Dopo che ci sono stati
Liquid Tension ed O.S.I., ormai il prog-metal strumentale sembra
– fino a prova contraria – fine a sé stesso e
questo pare non vogliano capirlo quelli della Unicorn che continuano
a produrre album di tale fattura.
Credo inoltre che sia fuori luogo sfruttare gli elevati concetti
platonici come la musica delle sfere per usarlo a mò di specchietto
per le allodole il tutto condito con una copertina ad “effetto”
(“l’abito non fa il monaco”).
A chi è destinato questo dischetto? Solo a chi ha soldi in
più da “spendere”…
Giovanni Turco |