Track List:
01 Give 'Em Hell
02 Venus' Gliph
03 Der Golem
04 Shock Treatment
05 Absinthe
06 Another Life
07 Psychosect
08 Heck of a Day
09 S.I.A.G.F.O.M.
10 The Healer
11 Time To Kill
12 The 7th Seal


Line Up:
Steve Sylvester Vocals
Emil Bandera Guitars
Glenn Strange Bass
Anton Chaney Drums
Oleg Smirnoff Keyboards

Death ss
7th Seal
Lucifer's Rising/Self
www.deathss.com

Dopo l’operazione revival dello scorso anno i Death SS tornano finalmente con un nuovo CD, il cui titolo, “The Seven Seal”, come l’omonimo pezzo che chiude l’album, è dichiaratamente ispirato ad una delle pietre miliari della cinematografia mondiale, quel “Settimo Sigillo” che è il capolavoro assoluto, geniale del grande regista svedese Ingmar Bergman (se non lo avete ancora visto, correte a noleggiarlo prima che Blockbuster decida che non è più appetibile da un volgo assuefatto ai film-spazzatura e piantatevi davanti allo schermo per assistere ad una delle più misteriose, suadenti, epiche riflessioni sulla vita mai filmate!!).
Ma torniamo a noi, o meglio ai Death SS, che, ci chiediamo, saranno all’altezza di una musa di tal fatta? Non ci resta che intraprendere l’ascolto della loro creatura per decidere se l’ispirazione è solo suggestione o dà i suoi succosi frutti.
Il primo brano, “Give ‘Em Hell”, è un’ode sincopata ed iper-epica che purtroppo risulta poco incisiva per eccesso di verbosità. Non esattamente quello che si può definire un inizio promettente.
“Venus’ Gliph”, invece, stupisce per l’intensità e lo slancio nell’ispirazione: i suoi refrain coinvolgenti, la ritmica moderna, le tastiere discrete ma “portanti” sono tutti ingredienti di rara qualità che fondendosi danno vita a sorprendenti aperture melodiche.
“Der Golem” si apre con un’intro mitteleuropea (e non a caso dato che il Golem, la creatura orrifica per antonomasia, e quindi perfettamente adattantesi all’horror Metal dei Death SS, ha i suoi natali nell’umbratile Praga…), per poi proseguire con una scolastica ma efficace alternanza di parti narrate, potenti bordate ritmiche e ritornelli ariosi.
“Shock Treatment” appare un po’ datata e l’effetto vintage è solo parzialmente attenuato da un vago goticismo di fondo.
“Absinthe”: per la celebrazione della linfa dannata dei poeti maledetti avremmo ardentemente desiderato un brano meno banale! E la delusione cresce ancora dopo aver ascoltato “Another Life”, un lento di chiara ispirazione sanremese, nell’interpretazione del quale la voce di Steve Sylvester sembra patire particolarmente un ruolo che ci sembra proprio non competerle.
“Psychosect” è aperto da un arpeggio brumoso ed esplode in una ritmica sincopata.
“Heck of a Day” è un mid-tempo nel quale le istrioniche e filtrate parti vocali di Steve Sylvester risultano particolarmente coinvolgenti; contribuisce ad intensificare l’emotività del brano un breve e poco ortodosso assolo del chitarrista che, è indubbio, sa straziare le corde con grande ardore ed un’altrettanto notevole padronanza tecnica.
In S.I.A.G.F.O.M. i refrain brillano per melodico fervore, grazie al lavoro tecnicamente ineccepibile delle chitarre, che qui emettono un suono particolarmente morbido e suadente.
In “The Healer”, uno dei brani più belli ed intensi dell’album, scopriamo addirittura vaghe reminescenze Seventies: quel tocco vintage che dona ad un brano già sicuro di sé lo spessore della memoria.
“Tie to Kill” è un po’ naif ma gradevole, mentre l’ultimo brano, “The Seven Seal”, dipana nella sua prima parte una trama musicalmente poco complessa, niente più di una scarna base per le declamazioni apocalittiche del buon Steve; ciò nonostante riesce ad essere drammatica ed evocativa, anche grazie ad un crescendo finale più elaborato che tanto ricorda i Black Sabbath.
In conclusione, l’album dei Death SS lascia l’impressione che l’aver suonato per tanti anni il vecchio repertorio abbia lasciato delle evidenti tracce anche su questo lavoro appena partorito: le sperimentazioni più ardite presenti in questo come negli ultimi album continuano ad alternarsi a passaggi più classici.
Dal punto di vista tecnico l’ossatura dei brani è decisamente chitarristica ma non può non essere menzionato l’ottimo lavoro del tastierista, a suo perfetto agio sia nelle parti elettroniche che in quelle sinfoniche.
Un album discontinuo, quindi, sia per la suddetta alternanza innovazione-restaurazione sia dal punto di vista prettamente qualitativo: molti sono i brani di pregio, ma numerosi sono anche gli esiti che inducono alla perplessità.

RosaVelata