Deep Purple
Raptor Of The Deep
Edel
www.deeppurple.com.au
Se devo essere sincero fino in fondo a me questo disco dei
Deep Purple è piaciuto parecchio a dispetto dei molti denigratori dell’ultima
ora che ormai fanno a gara a chi fa la critica più cattiva nei confronti di un
gruppo che bene o male volenti o nolenti ha scritto molte pagine fondamentali
della storia del rock.
Io stesso nel loro precedente cd “bananas” che già dal
titolo non prometteva nulla di buono,ho avuto modo di criticare l’effettiva
pochezza di idee di quel cd.
Cosa è cambiato da circa un paio d’anni a questa parte ?
Evidentemente le composizioni hanno più vigore e si sente
anche una certa amalgama che all’epoca del precedessore di Raptor,mancava e di
questo ne ha risentito tutto il lavoro che è stato fatto fino ad adesso.
Certo, John Lord ha lasciato il gruppo, Ritchie Blackmore è
ormai perso nei suoi nebbiosi castelli dove gli piace raccontare le sue storie
da menestrello del metal,Ian Gillan da tempo non ci fa commuovere più con “Child
In Time”,ma chi è rimasto in seno ai Deep Purple lo fa con la consapevolezza di
portare avanti una band con un nome pieno di storia e se c’èchi dice che ormai
che i Deep Purple siano a tutti gli effetti diventati la band di Ian Gillan
forse si sbaglia;anche perché se ascoltate gli assoli di Don Airey vi
accorgerete che egli non fa che rispettare appieno le partiture lordiane,
aggiungendovi come del resto ci si doveva aspettare, la sua grande personalità
artistica che malgrado quella più forte di Gillan riesce comunque a dire la sua
assieme all’ormai suo amico Steve Morse con il quale si diverte a fare le
classiche battaglie chitarra e tastiera che sono il trademark del gruppo da più
di tre decadi.
Musicalmente parlando direi che come suoni Raptor Of Deep
ci riporta al periodo di “Perfect Strangers”cito ad esempio di ciò la title
track che è un brano che si divide tra hard rock della più pura tradizione con
atmosfere simil orientali tanto care al gruppo inglese.
Sugli scudi noto particolarmente Steve Morse il quale la fa
da padrone non risentendo minimamente dell’aura Blackmoriana,e proprio questo
particolare rende giustizia al chitarrista americano che ormai da svariati anni
sfodera comunque performance degne di nota.
Altra particolare nota di merito per questa nuova fatica
dei deepers, è questo grande flavour settantantiano che il quintetto non vuole
abbandonare, ma che addirittura accentua in brani come la terza traccia
intitolata “Wrong Man”il quale con i suoi suoni ultra distorti ricordano
all’ascoltatore di turno che sono stati loro a scrivere dischi “In Rock “ o “Fireball”.
Stefano Bonelli
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