DREAM THEATER
Train of Thought
-Elektra –2003-
Non mi aspettavo un’uscita così vicina per il nuovo disco dei Dream Theater, se non altro perché il lavoro precedente era un doppio che è stato pubblicato neanche due anni fa. Ben contento, mi aspetto comunque risultati all’altezza di uno dei miei gruppi preferiti, soprattutto dopo la loro l’ultima prova in studio, che nel complesso non mi aveva convinto del tutto. Detto questo devo dire che il lavoro fa ben sperare, infatti, inizia con un ottimo brano, in cui i nostri spingono sull’acceleratore, ma sempre con continui cambi di tempo e atmosfera. “As I Am” mi ha ricordato qualcosa degli Slayer “più calmi” (nell’intro) alcuni passaggi ai limiti del Thrash-Metal alternati ad altri alla Fates Warning degli anni 90 (nella parte centrale) e ci mostra nel complesso un gruppo in piena forma. Si continua con “This Dying Soul” in cui a colpire positivamente sono la batteria, vero e proprio rullo compressore preciso come un bisturi (sentite la parte finale) e la voce di La Brie che tira fuori un carisma che non sempre l’ ha caratterizzata, con un ottimo uso delle voci filtrate. Nel ritornello riecheggia anche molto di “Metropolis pt.2” e devo dire che ci sta molto bene. Assoli di un Petrucci che vola alla M. Angelo completano il tutto. Stupenda la terza traccia “Endless Sacrifice” in cui in cui un’iniziale semi ballad si trasforma in un pezzo furioso con sferzate Progressive Trash se mi passate il termine, mai fuori controllo. Una rabbia positivamente orientata permea la prima metà del cd rendendolo estremamente “Metal” oriented e capace di trasmettere un energia veramente eccezionale.
Sembra aver fatto bene ai nostri essersi ripassati per bene un capolavoro quale “Master of Puppets” dei Metallica, recentemente eseguito interamente dal vivo (e senza pause) a sorpresa durante l’ultimo tour di supporto a “Six degrees of inner turbulence”. La quarta traccia “Honor Thy Father” supporta ampiamente ciò che ho appena scritto. “Vacant” è il pezzo più corto del lavoro (2 min. e 59 sec.), ma sicuramente uno dei più ispirati in cui i nostri depongono “le armi” facendoci sognare con una melodia portante sicuramente riuscita (in cui spicca il tappeto di piano di Ruddess).
Prima di ascoltare le ultime due tracce pensavo di trovarmi di fronte ad un capolavoro, ma devo dire che proprio la parte finale del lavoro è stata quella che mi ha convinto meno. Infatti, se “Stream Of Consciousness” non riesce a stupirmi nonostante le sperimentazioni in stile Liquid Tension, la conclusiva “In The Name Of God”, che presenta una melodia orientaleggiante alla “Bombay Vindaloo”, mi sembra nel complesso troppo allungata e già sentita (per chi conosce bene la discografia del gruppo) per meritare più di tre ascolti.
Bisogna dire un’ultima cosa: in tutto l’album James La Brie dà il meglio di se e sfodera veramente un ottima interpretazione dei brani.
Alessandro "MetalAlex" Bonfà