GARY HUGHES
ONCE AND FUTURE KING
Anche se con un pò di ritardo, eccoci giunti alla recensione di quest'opera tanto attesa. Era ormai da diverso tempo che se ne parlava nell'ambiente. Chissà cosa avrà combinato Gary Hughes, ugola degli inglesi Ten. Devo dire che, nel complesso, il risultato non è niente male. Certo, nel corso dei due dischi di cui si compone l'opera su Re Artù e le sue gesta vi sono dei momenti davvero notevoli e altri che lasciano a desiderare. Il cast degli ospiti invitati da Hughes a rendere onore a questa leggenda inglese (Re Artù) sono di alto spessore: si va da D.C. Cooper a Lana Lane, dal magnifico Bob Catley al grande Dougie White, da Floor (After Forever) a Sabina Edelbacher. Ogni ospite svolge un ruolo. Sinceramente ho trovato più completo e più appetibile il primo dei due cd. Il primo cd si apre con un pezzo d'impatto, dalle caratteristiche decisamente epic-metal, "Excalibur". Ma è con il secondo pezzo, "Dragon Island Cathedral", che si entra nel vivo. Anche questo è un pezzo diretto, forse più bello del precedente. Con "At The End Of The Day" giungiamo alla prima ballad. Davvero ben curata. In "King For A Day" troviamo il magnifico Bob Catley, perfetto in questa interpretazione per un brano dal sapore celtico. "Shapeshifter" è una bella canzone di class metal. "Avalon" ha un'atmosfera tipicamente 80's. Anche la successiva "Sinner", dal riffing potente, riesce a distinguersi tra le altre tracce. Con il secondo Cd, invece, assistiamo a un calo della qualità dei brani. Se, infatti, i primi cinque, tra cui in particolare "Kill The King", "I Still Love You", mostrano un alto tasso compositivo ed espressivo, gli altri brani come "Rise From The Shadows", "Believe Enough To Fught", "The Hard Way", "The Pagan Dream", lasciano un po' perplessi. Magari, se meglio arrangiati, avrebbero potuto godere di maggiore freschezza. Si distingue "Demon Down", un ottimo pezzo di hard rock in stile seventies, impreziosito dalla bella voce di Dougie White. Con "Once And Future King" si conclude anche il secondo cd.
Cosa aggiungere di più: il disco, rispetto ai canoni dei Ten, presenta momenti decisamente più heavy, metal è il caso di dire. Devo dire di aver apprezzato molto il lavoro di chitarra sia ritmico che solista svolto dal chitarrista. Ottimi soli, pieni di gusto e di capacità tecnica. Questo arricchisce il valore dell'opera, visto e considerato che a me personalmente Vinny Burns, chitarrista precedente dei Ten e nei lavori solisti di Hughes/Catley, non mi aveva mai convinto molto. Ora, vediamo cosa saprà regalarci Hughes con il prossimo atteso disco dei Ten.
Bruno Cavicchini