| Hollow Haze
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www.hollowhaze.com
A tre anni dalla formazione degli italiani Hollow Haze esce l’omonimo
album di debutto.
Questa band ha delle grandi potenzialità, la tecnica è
curata e ben calibrata fra sonorità che si situano tra un
hard rock moderno ed un power tradizionale che ben ricorda l’esperienze
passate dei componenti del gruppo.
Nick Savio è stato chitarrista dei vicentini White Skull
e la voce proviene dal power tradizionale dei Cydonia, una voce
aliena, di grande talento e personalità, capace di passare
dal melodico agli acuti più taglienti, una voce che è
sia master sia sottofondo di penetranti cori che fanno da filo conduttore
di tutto l’album. Tutti questi cori fanno pensare ad un sviluppo
della band in senso power che nella vocalità ha già
raggiunto un risultato eccellente.
Gli Hollow Haze hanno suonato quello che sanno suonare e sanno di
saperlo fare adeguatamente. L’album ha però il limite
di dilatarsi in una ripetizione del sound (le canzoni superano in
media i 5 minuti) ed essere estremamente melodico correndo il rischio
di risultare monotono e di far dimenticare il pesante rumore tellurico
delle aperture.
Si apre con la magia dell’intro strumentale su cui si allaccia
lo squarcio metallico di ‘Breathless’ lasciandoci proprio
senza respiro. Mediamente tutte le canzoni giocano sull’accostamento-discostamento
di duro e melodico, un sound che sembra fungere lungo tutte le tracce
da sfondo alla carismatica voce di Dan e relativi coretti. ‘Deceit
for all’ non chiede molto nemmeno allo sfondo, è puro
rock grazie a cui riconosco qualcosa del primo hard rock.
Piacevolissima cavalcata power con stacco di acuto in ‘Illusion
Around’, sorrido perché, a questo punto, è spontaneo
chiedersi se il gruppo vuole comunicare qualcosa.
Degna di menzione è sicuramente l’incisiva quarta traccia
‘Easy Road’, la più heavy soprattutto nella fase
iniziale, ascoltarla spinge inevitabilmente ad alzare il braccio
e cantare insieme al suo coro, poi giù la testa per lo stacco
strumentale! Ben fornita è anche ‘Waiting’ che
sa ben miscelare l’intro strumentale con il refrain più
volte ripetuto che fa coro nelle orecchie come un tipico inno.
Lascia a bocca asciutta la traccia finale che nell’entrata
torna su sonorità soprattutto rock tradizionali, pur riprendendosi
più avanti grazie all’immancabile power del coro.
La base è pronta ed è stata studiata con grande successo,
dopo un meritato debut album di presentazione attendiamo più
incisività, che poi sia distorsione o melodia è giusto
che rimanga al gruppo la scelta.
Cristina Ferrandi
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