Track List:
01. Different World
02. These Colours Dont Run
03. Brighter than A Thousand Suns
04. The Pilgrim
05. The Longest Day
06. Out of the Shadows
07. The Reincarnation of Benjamin Breeg
08. For the Greater Good of God
09. Lord of Light
10. The Legacy

Line Up:
Bruce Dickinson - voce
Dave Murray - chitarra
Adrian Smith - chitarra
Janick Gers - chitarra
Steve Harris - basso
Nicko McBrain - batteria

Iron Maiden
A Matter of Life and Death
Sanctuary Records, Columbia Records, EMI Europe
www.ironmaiden.com

Ed ecco che, dopo una ansiosa attesa, la Bestia è tornata con il suo quattordicesimo studio album!
E in perfetta forma direi. I sei Maiden hanno ancora molto da raccontare, anzi è proprio nel pieno della loro maturità artistica e mentale, dopo quasi trent’anni di carriera, che la più grandiosa band dell’heavy metal riesce a trasmettere ancora qualcosa.
Gli Iron Maiden si amano o si odiano, da sempre. I fan metallari più “granitici” accuseranno la band di non aver creato niente di nuovo, che non c’è nulla di originale per le orecchie abituate al classico sound maideniano creato nel 1975 e perfezionato negli anni ’80. Ma siamo proprio sicuri che, dopo tutti questi anni e i capolavori che ci hanno regalato, vogliamo dei Maiden nuovi? Vogliamo un gruppo che dilata l’heavy metal al punto da snaturarlo? Vogliamo meno chiodi e meno show con la mascotte Eddie al centro dell’attenzione? Vogliamo che gli Iron Maiden, per restare all’avanguardia, suonino nu-metal e cantino in growl? Credo di no.
I Maiden si sono già evoluti e qualcosa di nuovo lo hanno già fatto. ‘A Matter Of Life And Death’ non è un capolavoro è così deve essere, è il perfezionamento di una maturità pienamente raggiunta.
Fra gli ultimi lavori è sicuramente quello che convince di più. Tutto sembra essere perfetto, il suono è pulito, compatto e potente, la struttura delle canzoni riprende quel accostamento di lento/veloce inaugurato con l’album ‘Fear Of The Dark’ ed è un album introspettivo e dai testi magnifici.
I Maiden sembrano aver abbandonato quel carattere grandioso che ha forse salvato i precedenti ‘Brave New World’ e ‘Dance Of Death’ dal fare uno scivolone e ha rispolverato sonorità anni ’70 meglio del macchinoso tentativo fatto con ‘Virtual XI’. L’album procede lungo quella strada verso il “progressive” che fa oggi dei Maiden un gruppo classico e allo stesso tempo diverso dalle origini. Come è possibile migliorare una carriera costellata di così grandi successi senza correre il rischio di snaturarsi, come detto sopra? Questo disco ha il pregio di fare da sunto a tutta una vita, ed è un sunto raccontato da dei 50enni, che non è cosa da poco. Sarebbe inquietante vedere nostro nonno “incazzuto” come un 20enne, meno inquietante e decisamente più soddisfacente è ascoltare la storia che il nostro vecchio ci racconta e restarne affascinati. Insomma il tempo passa per tutti (meno che per la voce di Bruce, mistero!) e quello che un uomo può trasmettere ad un pubblico aumenta di quantità ed importanza giorno dopo giorno. La leggenda della Vergini di Ferro ha rischiato di finire molte volte, ma ‘A Matter Of Life And Death’ dimostra che il buio Medioevo vissuto dal 1990 al 1998 (quando Bruce lasciò il gruppo) è passato. L’era della post-reunion è il Risorgimento degli Iron Maiden, la band che desidera raccontare anche ai più piccoli la Grande Guerra che ha vissuto, scollandosi di dosso ogni antica etichetta per ribadire ai fan - e al mondo - che gli Iron Maiden sono gli Iron Maiden e basta.
L’originalità di questo album è l’originalità cercata dai tempi della “Seconda Era” della band e si chiama sperimentazione: scrivere canzoni più lunghe e complesse (non più immediate come ‘2 Minute To Midnight’), toccando anche altri stili musicali (blues, folk, prog) senza mai perdere di vista la base heavy metal che ha decretato il loro successo. Canzoni lunghe e molte parti acustiche, ma i riff sono sempre quelli tipici dei Maiden. Questa strada era già stata intrapresa con i precedenti album ‘Brave New World’ e ‘Dance Of Death’ ma in modo più superficiale. Coloro che hanno amato canzoni come ‘Paschendale’ non faranno fatica a definire questo album un capolavoro (e sicuramente è il capolavoro della post-reunion), coloro che ricordano con nostalgia i capolavori del passato, invece, spero che si rendano conto che tutti quanti invecchiano e maturano invecchiando.
I brani sicuramente poco originali sono: ‘Different World’, ‘These Colours Dont Run’, ‘The Pilgrim’ e ‘The Longest Day’. L’opener vuole dire fin dall’inizio dell’album: “Questo è un disco degli Iron Maiden”, infatti è una tipica canzone dei Maiden, con il tipico giro di chitarra, un cantato basso, un bridge/chorus melodico e ricorda, almeno nel riff iniziale, ‘Only Yhe Good Die Young’ del concept ‘Seventh Son Of A Seventh Son’. Niente di nuovo, ma il resto dell’album si allontanerà molto da questo primo brano. ‘Different World’ coinvolgerà dal vivo come, del resto, possiamo già vedere nel video presente nell’album che ha voluto rappresentare una band più umana e meno grandiosa, ma sicuramente più concentrata su ciò che vuole trasmettere con la propria musica. Anche il testo è profondamente umano poiché inneggia alla speranza di un mondo migliore.
‘These Colours Dont Run’ ha un testo patriottico che parla della figura del soldato, uomo comune che rischia ogni giorno la propria vita per la propria nazione. Anche questo brano è tipicamente maideniano, inizio lento-andante, un crescendo in potenza e velocità e un’esplosione nell’inno al coraggio cantato nel ritornello. L’atmosfera è quella epica di ‘Brave New World’, mentre gli assoli di chitarra arrivano a ricordare riff anni ’80. ‘The Pilgrim’ non deluderà i vecchi fan con quei suoi assoli che ricordano tanto il disco ‘Powerslave’. Tutto è melodico ed orecchiabile come ogni classica canzone della band. ‘The Longest Day’ è la diretta eredità di ‘Paschendale’. Canzone coinvolgente e brillante, con un giro di basso oscuro, ma ancora più cupa grazie all’eterea voce di Bruce che sembra scavalcare ogni cosa. Una voce che va oltre, non si sa bene dove, “oltre” come una visione.
Buoni brani, pur avendo poco del capolavoro, sono ‘Out of the Shadows’ e ‘The Reincarnation of Benjamin Breeg’. La prima è una ballata trascinante che promette accendini accesi in sede live. Ottimamente costruita sebbene il ritornello utilizzi gli stessi accordi di ‘Tears Of A Dragon’ (del Dickinson solista), ma è proprio qui che Bruce dimostra di non essere invecchiato musicalmente. La parte strumentale, in cui viene molto utilizzata la chitarra acustica, ha qualcosa di blues e il testo è fantastico poiché parla del miracolo della nascita di una nuova vita. Il singolo ‘The Reincarnation of Benjamin Breeg’ lo avremo ascoltato mille volte visto che è stata la prima canzone ad uscire. È un buon brano dall’atmosfera avvolgente. La voce di Bruce è narrante ed accompagna lentamente il testo fino a giungere ad una improvvisa esplosione nell’inno alla sofferenza.
La più grande sperimentazione di questo disco è la durissima ‘Brighter than A Thousand Suns’ che parla della bomba atomica e una atipica bomba lo è veramente. È un pugno nello stomaco con quel sound quasi trash e alcuni riff persino psichedelici. È un continuo crescendo con chitarre che macinano il suono e la batteria che pesta duro per poi spegnersi all’improvviso nel ritornello, lasciando soltanto la voce di Bruce che sussurra qualcosa come se fosse irreale, sussurra per alzarsi di nuovo nell’esplosione finale. Allucinante e allucinogena, in senso positivo naturalmente.
Le ultime tre canzoni sono le più lunghe, forse il difetto più grande di questo disco è l’eccessiva estensione dei tempi, tutti i brani superano i quattro minuti e la canzone ottava e decima superano i nove minuti. ‘For the Greater Good of God’ è un brano fra i più lunghi che riflette sull’uomo e sulla guerra rivolgendo un sacco di domande esistenziali a Dio. L’intro di basso è splendido, tutte le parti strumentali sono atipiche, il bridge è persino epico e la voce lenta è semplicemente incantevole. Per certi aspetti ricorda ‘Sign Of The Cross’ di ‘The X Factor’. Anche ‘Lord of Light’ è una canzone molto strana ed inusuale per essere dei Maiden. Orecchiabile, quasi un po’ folk e con il ritornello biblico, del resto il testo parla di Dio e di Lucifero. Il riff è veloce e potente, la voce sussurrante per poi crescere e mostrarsi in tutta la sua grandezza. Chiude l’album la lunghissima ‘The Legacy’, forse un po’ sprecata posta in chiusura. In una cappa di oscura epicità si insinua questo brano, apertura con arpeggi medievali e voce narrante di Bruce, direi quasi sinistra. La canzone si chiude su se stessa: Bruce narra con il sottofondo dell’acustica, poi il ritmo cresce e a tratti si inserisce un giro della elettrica, poi il ritornello di grande impatto, la parte strumentale ben congeniata e il brano si richiude con quella stessa atmosfera sognante ed inquietante d’apertura.
Cosa dire ancora di questa band che non si sia già detto in ventisei anni di onorata carriera? Va bene, non ci troviamo di fronte a ‘The Tropper’ o a ‘The Number Of The Beast’, ma ci troviamo di fronte ad una band maturata che è ancora in grado di fare un sold out coi biglietti dei concerti il giorno stesso in cui sono stati messi in vendita (vedi il concerto programmato per il 2 Dicembre a Milano), è un gruppo che è ancora in grado di farci sognare. Allora, che sia nostalgia o desiderio di comprendere quello che gli i Maiden vogliono raccontare, che sia mitismo o semplice rispetto, gli Iron Maiden sono ancora in mezzo a noi e non ci hanno ancora lasciati. Up the irons!

Khrisch