| Iron Maiden
A Matter of Life and Death
Sanctuary Records, Columbia Records, EMI Europe
www.ironmaiden.com
Ed ecco che, dopo una ansiosa attesa, la Bestia è tornata
con il suo quattordicesimo studio album!
E in perfetta forma direi. I sei Maiden hanno ancora molto da raccontare,
anzi è proprio nel pieno della loro maturità artistica
e mentale, dopo quasi trent’anni di carriera, che la più
grandiosa band dell’heavy metal riesce a trasmettere ancora
qualcosa.
Gli Iron Maiden si amano o si odiano, da sempre. I fan metallari
più “granitici” accuseranno la band di non aver
creato niente di nuovo, che non c’è nulla di originale
per le orecchie abituate al classico sound maideniano creato nel
1975 e perfezionato negli anni ’80. Ma siamo proprio sicuri
che, dopo tutti questi anni e i capolavori che ci hanno regalato,
vogliamo dei Maiden nuovi? Vogliamo un gruppo che dilata l’heavy
metal al punto da snaturarlo? Vogliamo meno chiodi e meno show con
la mascotte Eddie al centro dell’attenzione? Vogliamo che
gli Iron Maiden, per restare all’avanguardia, suonino nu-metal
e cantino in growl? Credo di no.
I Maiden si sono già evoluti e qualcosa di nuovo lo hanno
già fatto. ‘A Matter Of Life And Death’ non è
un capolavoro è così deve essere, è il perfezionamento
di una maturità pienamente raggiunta.
Fra gli ultimi lavori è sicuramente quello che convince di
più. Tutto sembra essere perfetto, il suono è pulito,
compatto e potente, la struttura delle canzoni riprende quel accostamento
di lento/veloce inaugurato con l’album ‘Fear Of The
Dark’ ed è un album introspettivo e dai testi magnifici.
I Maiden sembrano aver abbandonato quel carattere grandioso che
ha forse salvato i precedenti ‘Brave New World’ e ‘Dance
Of Death’ dal fare uno scivolone e ha rispolverato sonorità
anni ’70 meglio del macchinoso tentativo fatto con ‘Virtual
XI’. L’album procede lungo quella strada verso il “progressive”
che fa oggi dei Maiden un gruppo classico e allo stesso tempo diverso
dalle origini. Come è possibile migliorare una carriera costellata
di così grandi successi senza correre il rischio di snaturarsi,
come detto sopra? Questo disco ha il pregio di fare da sunto a tutta
una vita, ed è un sunto raccontato da dei 50enni, che non
è cosa da poco. Sarebbe inquietante vedere nostro nonno “incazzuto”
come un 20enne, meno inquietante e decisamente più soddisfacente
è ascoltare la storia che il nostro vecchio ci racconta e
restarne affascinati. Insomma il tempo passa per tutti (meno che
per la voce di Bruce, mistero!) e quello che un uomo può
trasmettere ad un pubblico aumenta di quantità ed importanza
giorno dopo giorno. La leggenda della Vergini di Ferro ha rischiato
di finire molte volte, ma ‘A Matter Of Life And Death’
dimostra che il buio Medioevo vissuto dal 1990 al 1998 (quando Bruce
lasciò il gruppo) è passato. L’era della post-reunion
è il Risorgimento degli Iron Maiden, la band che desidera
raccontare anche ai più piccoli la Grande Guerra che ha vissuto,
scollandosi di dosso ogni antica etichetta per ribadire ai fan -
e al mondo - che gli Iron Maiden sono gli Iron Maiden e basta.
L’originalità di questo album è l’originalità
cercata dai tempi della “Seconda Era” della band e si
chiama sperimentazione: scrivere canzoni più lunghe e complesse
(non più immediate come ‘2 Minute To Midnight’),
toccando anche altri stili musicali (blues, folk, prog) senza mai
perdere di vista la base heavy metal che ha decretato il loro successo.
Canzoni lunghe e molte parti acustiche, ma i riff sono sempre quelli
tipici dei Maiden. Questa strada era già stata intrapresa
con i precedenti album ‘Brave New World’ e ‘Dance
Of Death’ ma in modo più superficiale. Coloro che hanno
amato canzoni come ‘Paschendale’ non faranno fatica
a definire questo album un capolavoro (e sicuramente è il
capolavoro della post-reunion), coloro che ricordano con nostalgia
i capolavori del passato, invece, spero che si rendano conto che
tutti quanti invecchiano e maturano invecchiando.
I brani sicuramente poco originali sono: ‘Different World’,
‘These Colours Dont Run’, ‘The Pilgrim’
e ‘The Longest Day’. L’opener vuole dire fin dall’inizio
dell’album: “Questo è un disco degli Iron Maiden”,
infatti è una tipica canzone dei Maiden, con il tipico giro
di chitarra, un cantato basso, un bridge/chorus melodico e ricorda,
almeno nel riff iniziale, ‘Only Yhe Good Die Young’
del concept ‘Seventh Son Of A Seventh Son’. Niente di
nuovo, ma il resto dell’album si allontanerà molto
da questo primo brano. ‘Different World’ coinvolgerà
dal vivo come, del resto, possiamo già vedere nel video presente
nell’album che ha voluto rappresentare una band più
umana e meno grandiosa, ma sicuramente più concentrata su
ciò che vuole trasmettere con la propria musica. Anche il
testo è profondamente umano poiché inneggia alla speranza
di un mondo migliore.
‘These Colours Dont Run’ ha un testo patriottico che
parla della figura del soldato, uomo comune che rischia ogni giorno
la propria vita per la propria nazione. Anche questo brano è
tipicamente maideniano, inizio lento-andante, un crescendo in potenza
e velocità e un’esplosione nell’inno al coraggio
cantato nel ritornello. L’atmosfera è quella epica
di ‘Brave New World’, mentre gli assoli di chitarra
arrivano a ricordare riff anni ’80. ‘The Pilgrim’
non deluderà i vecchi fan con quei suoi assoli che ricordano
tanto il disco ‘Powerslave’. Tutto è melodico
ed orecchiabile come ogni classica canzone della band. ‘The
Longest Day’ è la diretta eredità di ‘Paschendale’.
Canzone coinvolgente e brillante, con un giro di basso oscuro, ma
ancora più cupa grazie all’eterea voce di Bruce che
sembra scavalcare ogni cosa. Una voce che va oltre, non si sa bene
dove, “oltre” come una visione.
Buoni brani, pur avendo poco del capolavoro, sono ‘Out of
the Shadows’ e ‘The Reincarnation of Benjamin Breeg’.
La prima è una ballata trascinante che promette accendini
accesi in sede live. Ottimamente costruita sebbene il ritornello
utilizzi gli stessi accordi di ‘Tears Of A Dragon’ (del
Dickinson solista), ma è proprio qui che Bruce dimostra di
non essere invecchiato musicalmente. La parte strumentale, in cui
viene molto utilizzata la chitarra acustica, ha qualcosa di blues
e il testo è fantastico poiché parla del miracolo
della nascita di una nuova vita. Il singolo ‘The Reincarnation
of Benjamin Breeg’ lo avremo ascoltato mille volte visto che
è stata la prima canzone ad uscire. È un buon brano
dall’atmosfera avvolgente. La voce di Bruce è narrante
ed accompagna lentamente il testo fino a giungere ad una improvvisa
esplosione nell’inno alla sofferenza.
La più grande sperimentazione di questo disco è la
durissima ‘Brighter than A Thousand Suns’ che parla
della bomba atomica e una atipica bomba lo è veramente. È
un pugno nello stomaco con quel sound quasi trash e alcuni riff
persino psichedelici. È un continuo crescendo con chitarre
che macinano il suono e la batteria che pesta duro per poi spegnersi
all’improvviso nel ritornello, lasciando soltanto la voce
di Bruce che sussurra qualcosa come se fosse irreale, sussurra per
alzarsi di nuovo nell’esplosione finale. Allucinante e allucinogena,
in senso positivo naturalmente.
Le ultime tre canzoni sono le più lunghe, forse il difetto
più grande di questo disco è l’eccessiva estensione
dei tempi, tutti i brani superano i quattro minuti e la canzone
ottava e decima superano i nove minuti. ‘For the Greater Good
of God’ è un brano fra i più lunghi che riflette
sull’uomo e sulla guerra rivolgendo un sacco di domande esistenziali
a Dio. L’intro di basso è splendido, tutte le parti
strumentali sono atipiche, il bridge è persino epico e la
voce lenta è semplicemente incantevole. Per certi aspetti
ricorda ‘Sign Of The Cross’ di ‘The X Factor’.
Anche ‘Lord of Light’ è una canzone molto strana
ed inusuale per essere dei Maiden. Orecchiabile, quasi un po’
folk e con il ritornello biblico, del resto il testo parla di Dio
e di Lucifero. Il riff è veloce e potente, la voce sussurrante
per poi crescere e mostrarsi in tutta la sua grandezza. Chiude l’album
la lunghissima ‘The Legacy’, forse un po’ sprecata
posta in chiusura. In una cappa di oscura epicità si insinua
questo brano, apertura con arpeggi medievali e voce narrante di
Bruce, direi quasi sinistra. La canzone si chiude su se stessa:
Bruce narra con il sottofondo dell’acustica, poi il ritmo
cresce e a tratti si inserisce un giro della elettrica, poi il ritornello
di grande impatto, la parte strumentale ben congeniata e il brano
si richiude con quella stessa atmosfera sognante ed inquietante
d’apertura.
Cosa dire ancora di questa band che non si sia già detto
in ventisei anni di onorata carriera? Va bene, non ci troviamo di
fronte a ‘The Tropper’ o a ‘The Number Of The
Beast’, ma ci troviamo di fronte ad una band maturata che
è ancora in grado di fare un sold out coi biglietti dei concerti
il giorno stesso in cui sono stati messi in vendita (vedi il concerto
programmato per il 2 Dicembre a Milano), è un gruppo che
è ancora in grado di farci sognare. Allora, che sia nostalgia
o desiderio di comprendere quello che gli i Maiden vogliono raccontare,
che sia mitismo o semplice rispetto, gli Iron Maiden sono ancora
in mezzo a noi e non ci hanno ancora lasciati. Up the irons!
Khrisch |