Tra i più significativi gruppi del pop italiano esistiti, questo fantastico quartetto partenopeo puo’ essere analizzato come gruppo dalla doppia identita’: una tra il ’70 e il’71 e l’altra tra il ’72 e il ’73, anno dell’inspiegabile scioglimento. Malgrado sia un complesso esistito per solo un triennio, il Balletto di Bronzo pubblica due ottimi album tra i migliori dell’immediato periodo post beat e del nascente rock progressivo della prima metà degli anni settanta. Il gruppo si forma dall’incontro di alcuni elementi di due tra i più importanti complessi dell’area napoletana di fine anni sessanta: Raffaele Cascone (chitarra), Michele Cupaiolo (basso), Marco Cecioni (chitarra e voce) e Giancarlo Stinga (batteria), tutti provenienti dal complesso “I Battitori Selvaggi” e ai quali si aggiungerà Lino Ajello (chitarra) in sostituzione di Cascone e proveniente dai “Volti di Pietra”.E’ a questo punto, agli inizi del 1969, che il gruppo decide di adottare il nome che li renderà celebri e che a quanto pare deriva dal titolo di un quadro (The Bronze Ballet) esposto alla Tate Gallery di Londra. Ingaggiati dalla RCA, incidono diversi brani nell’arco del 1969 che andranno poi a confluire nel primo disco “Sirio 2222”, che vedrà la luce nel 1970. L’esordio è ufficializzato però sempre nel 1969 con l’uscita del loro primo singolo “Neve calda/Cominciò per gioco”, che ha proprio nell’effervescente motivo posto nella facciata principale, il momento di maggiore richiamo che diverrà in quel periodo il loro cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo. “Sirio 2222” è un ottimo disco che conserva un leggero sapore del beat appena lasciato alle spalle di quel mitico 1970, ma con brani molto energici che ci ricordano vagamente i primi Led Zeppelin (vedi “Neve calda”, “Eh Eh Ah Ah” e “Un Posto”), passando per momenti di eccellente melodia orchestrale come nel brano “Meditazione”, che anticipa di almeno un anno i futuri e più fortunati progetti di fusione tra gruppo rock e orchestra, fino ad arrivare alla psichedelia tesa al rock progressive della lunga suite Missione Sirio 2222. Il successo e l’ottima formula utilizzata dal quartetto, viene definitivamente siglata dall’uscita di un nuovo singolo, stavolta più leggero e spensierato dal titolo “Si, mama, mama” che presenta sul retro la già citata “Meditazione”. Siamo ormai a cavallo tra il 1970 e il 1971 e qualcosa sta fortemente cambiando: come detto più volte, stanno arrivando nuovi interessantissimi spunti dai paesi d’oltremanica e gli svariati gruppi italiani esistenti non hanno certo intenzione di stare a guardare. Il giovanissimo tastierista napoletano Gianni Leone, allora in organico con un gruppo chiamato “Città Frontale” (gruppo dalle quali ceneri nasceranno gli altrettanto noti “Osanna”), decide di abbandonare il gruppo per iniziare a fare qualcosa di veramente nuovo, più tecnico e mai sentito fino a quel momento. Il suo pensiero è sulla stessa identica lunghezza d’onda di quello di Lino Ajello, l’allora chitarrista del Balletto di Bronzo incontrato quasi per caso al termine di un concerto tenutosi alla base Nato a Napoli. Ajello porta quindi con sé Leone nel Balletto di Bronzo, schierando così una momentanea formazione a cinque elementi, prima dell’abbandono di Cecioni per unirsi ai “Moby Dick” ma anche all’uscita di scena di Cupaiolo (a quanto pare causa obblighi di leva). A questo punto, la formazione risulta incompleta e serve un nuovo bassista. Il prescelto viene incontrato ad un concerto dei Jethro Tull al teatro Brancaccio di Roma nel febbraio del 1971 e corrisponde al nome di Vito Manzari, poco prima compagno di avventura del mitico chitarrista Nanni Civitenga (oggi bassista in Rai) nel misteriosissimo gruppo “Quelle strane cose che….”.

Balletto di Bronzo (prima formazione) da sinistra a destra: Lino Ajello, Michele Cupaiolo, Giancarlo Stinga e Marco Cecioni.
Il nuovo complesso inizia le prove per la realizzazione del nuovo album e intanto avviene il cambio di etichetta discografica con il passaggio dalla RCA alla Polydor. I quattro iniziano il loro lavoro di ricerca non solo a livello sonoro ma anche a livello strutturale: non più canonici tempi in 2 o 4 quarti per andare a favore di svariate tipologie di tempi dispari che saranno poi tanto cari a tutto il progressive più pregiato di quegli anni e un genere basato su una musicalità più disarmonica e a tratti al confine con la dodecafonia. Anche l’estetica dei musicisti stessi viene completamente sconvolta: non più i soliti jeans sdruciti e maglietta ma bensì un look glamour decisamente curato ma provocatorio, fatto di cinturoni, foulard, stivali, calzamaglie, finte pellicce di leopardo e chili di bigiotteria. “Ys”, questo il titolo del nuovo album, le cui registrazioni erano iniziate nell’inverno del 1971, viene finalmente pubblicato nell’estate del 1972. Il disco è un concept-album che si snoda in cinque lunghe tracce le cui tematiche richiamano l’ispirazione avuta da Gianni Leone in seguito alla lettura di un particolare racconto su una leggendaria isola bretone (l’isola di Ys, per l’appunto), situata nella baia di Douarnenez, sommersa dalle acque perché la figlia del re ne aprì le porte. Materialmente, il protagonista delle cinque tracce dell’Lp, è l’ultimo uomo rimasto sulla terra che compie un viaggio allucinante facendo tre terribili incontri e scomparendo poi tragicamente inghiottito dal buio, così come l’isola di Ys era stata sommersa dai flutti marini. Il disco sprigiona un insieme di sonorità complesse e maestosamente articolate, spaziando creativamente tra reminescenze jazzistiche, volubili manifestazioni di estrosità tipicamente progressiste colme di andamenti criptici e mai troppo lineari, architetture sinfoniche che non scadono mai nella banalità e nella perfetta fusione con elementi provenienti da un bagaglio culturale di evidente estrazione classica. Il merito di tutto questo è della affiatata sezione ritmica di Stinga e Manzari, arricchita dai ricami chitarristici di Ajello e dalle incredibili evoluzioni sia vocali che delle svariate tastiere utilizzate da quel giovane prodigio che era ed è tutt’oggi Gianni Leone (bambino prodigio al pianoforte classico già ad otto anni; si narra che all’epoca dell’incisione di Ys, avesse un’età compresa tra i 17 e i 19 anni!).

Balletto di Bronzo6 da sinistra a destra: Vito Manzari, Gianni Leone, Giancarlo Stinga e Lino Ajello.
Il 1973 non è solo l’anno dello scioglimento ma anche quello di un’intensissima attività dal vivo: tra le principali iniziative vanno assolutamente segnalate la partecipazione come assoluti protagonisti alla seconda edizione del controcanzonissima al celebre locale Piper di Roma. Il 13 Aprile del 1973 sono al Palasport di Reggio Emilia per il secondo raduno Davoli Pop insieme ad altri importanti nomi del progressive italiano come Banco del Mutuo Soccorso, Rovescio della Medaglia e New Trolls Atomic System. Non mancano all’enorme raduno Be In di Napoli e a tutte le jam session estive all’Altro Mondo di Rimini e in fine vengono indicati tra i partecipanti al Charisma Festival al quale parteciperanno anche personaggi stranieri illustri come Genesis e Peter Hammil. Nonostante tutto, qualcosa inizia a scricchiolare: quando esce il loro nuovo singolo “La tua casa comoda/Donna Vittoria” il gruppo è già praticamente sciolto ma il 45 giri viene ugualmente realizzato per rispettare gli impegni con la casa discografica. Basti pensare che il disco viene realizzato da soli due elementi e cioè Giancarlo Stinga alla batteria e Gianni Leone che copre ovviamente tutte le parti di tastiere e voce ma anche le sporadiche parti di chitarra e quelle del basso che viene 'simulato' con un ottimo e sapiente utilizzo del sintetizzatore MiniMoog. Come può un gruppo originale e cosi tecnicamente preparato come il Balletto di Bronzo sciogliersi subito dopo la pubblicazione di un vero capolavoro come “Ys”? La risposta è ottenibile dall’analisi di diversi fattori: il principale è quello di un disco talmente perfetto e originale per l’epoca da ottenere sì il consenso della critica specializzata ma non quello del pubblico di allora che venne letteralmente colto troppo impreparato da questo superbo quartetto di musicisti. C’è poi da dire che l’attività artistica dei quattro venne in qualche modo “corrosa” da inconvenienti di carattere sia fisico che morale; il gruppo aveva affittato un casale nei dintorni di Rimini dove trovare la concentrazione per realizzare del nuovo materiale ma il posto si trasformò presto in una sorta di comune di amici e amici degli amici che portò al perfetto contrario. Lo stile di vita poco salubre, fatto di momenti di eccessi personali più dannosi che divertenti, intacca il gruppo che non trova più la concentrazione adatta per andare avanti. Per ultimo, la necessità forse non condivisa da tutti di tornare alla riscoperta della melodia per cercare di uscire dalla trappola del long-playing o dello spettacolo concept, per evitare di trasformare il gruppo in un ensemble di giocolieri e non di musicisti. Di fatto, Stinga e Ajello si trasferiscono in Svezia dove trovano famiglia e un’occupazione diversa da quella musicale ad eccezione della gestione degli studi di registrazione Humlan agli inizi degli anni ottanta. Manzari lavora ancora un po’ come turnista per Alan Sorrenti, Domenico Modugno e Nada e lascia poi gradualmente perdere ogni traccia di sé. Leone prosegue con buone esperienze da solista nel corso della seconda metà degli anni settanta e tutti gli ottanta con lo pseudonimo di Leo Nero, fino ad arrivare alla metà degli anni novanta con una nuova formula del Balletto di Bronzo ridotto a trio (basso, batteria, tastiere) con il reclutamento di nuovi musicisti. Ancora una volta dal baule di Gianni Leone usciranno i vestiti sgargianti insieme all’organo Hammond e al Farfisa che regaleranno al pubblico le note maestose e immaginifiche di Ys.
Fabio Rossi